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Jules e Jim
Amicizia e Amore, 40 anni fa...
di François Truffaut
testo alternativo

I ragazzi terribili della nuova critica francese degli anni 50 e 60, allievi del grande teorico Andrè Bazin, figli del cinema e dei suoi sogni impossibili, passano finalmente ad essere creatori. Truffaut e Godard, Rivette e Chabrol, i critici che parlavano solo dei film e degli autori che amavano, passano dietro la macchina da presa. Tra la politica che negli anni 60 pervadeva la società e la poesia, vista da questi come il piano sequenza di Quinlan o i cinici aforismi del compianto Bogey, si preparano per rivoluzionare la grammatica del cinema e creare una nuova era, la nouvelle vague.
Il fervore teorico di Godard, la poesia dell’infanzia di Truffaut, la rabbia antiborghese di Chabrol e il conservatorismo poetico di Rohmer vivono nei loro film, uniti da un’amicizia come può esistere solo in terra di cinefilia, un’amicizia di birbanti che spiano un mondo vietato ai minori dietro una colonna di un cinema di periferia. Birbanti da un passato confuso, Godard addirittura misterioso, e Truffaut ai limiti della legalità, a dimostrazione del fatto che spesso l’arte è più figlia della pienezza della vita che delle accademie.

Ma veniamo, dopo questa doverosa presentazione, al film: Jules e Jim, un film del 1962 messo in scena da François Truffaut. Il racconto del secondo triangolo amoroso più famoso della storia del cinema; il primo, viene da sé è Casablanca, film adorato da quei giovani cineasti. Jules, austriaco, e Jim, (si pronuncia all’inglese) francese, sono grandi amici e il film segue questa loro Amicizia dal 1910 al 1935 circa. In mezzo a loro Cathrine, amata da entrambi e con una personalità troppo forte, tale da schiacciare ogni possibile convenzione, anche quella più vincolante del matrimonio. E poi la guerra, sui fronti opposti, vissuta col terrore, oltre che della propria, anche dell’eventuale morte dell’amico fraterno. Amicizia e Amore, in tutti i tre personaggi. L’inquietudine degli affetti, delle conseguenze, la gioia dei legami indissolubili, la felicità nel sorriso di una bambina, il film è tutto questo e molto di più. E’ pura gioia di vivere, che da sempre si accompagna al dolore, è la vita stessa, raccontata come nessuno avrebbe mai più fatto.
Non c’è falso moralismo nella messa in scena, c’è solo un affetto sconfinato da parte di Truffaut per le proprie creature, per i personaggi che inventa a partire da un libro scritto da un autore 75enne. E c’è la grande fotografia di Raul Coutard, magnifico reinventore di un bianco e nero da stringere il cuore a quarant’anni di distanza. Non manca la morte, raccontata, messa in scena, mostrata e temuta, ma sempre con la consapevolezza che faccia parte della vita.
Non si possono nemmeno contare le scene che sono entrate a far parte dell’immaginario collettivo, come quella nella quale una superba Jeanne Moreau, travestita da uomo corre su un ponte inseguita dai due inseparabili amici: scena che, nell’ultimo anno è stata inserita nel montaggio di due film di grande successo, Vanilla Sky e Amelie Poulain.
Ma non possiamo dimenticare la straordinaria rivoluzione che il regista compie, e ha compiuto insieme agli altri: la ribellione totale e definitiva al cinema classico. Il film comincia come fosse una commedia slapstik del periodo primitivo, con i suoi inseguimenti e la musica di accompagnamento. Poi la macchina da presa vola, insegue libera gli oggetti buttati dalla nuova civiltà del consumo, ed enumerati dai tre protagonisti. Il montaggio non è vincolato alle regole del realismo fatte ad uso e consumo del cinema americano, pur amato da Truffaut. Ma quello che colpisce il cuore del cinefilo è la libertà, libertà stilistica e morale del film, in cui ad una vita dissoluta e non condannata da alcun giudizio si accompagna un montaggio fatto di libere associazioni, di macchina da presa guidata da una mano febbrile di un nuovo creatore.
Non stupisca dunque che il film, a quarant’anni di distanza, sia ancora attualissimo, l’Amore e l’Amiciza non sono cose che tramontano, e lo stile con cui tutto ciò viene mostrato è tuttora insuperato. E se uno spettatore oggi si annoia è solo perché assuefatto ad un cinema che cinema non è, ma solo riproposizione di schemi classici e abusati, che di poetico non hanno nulla.
Truffaut racconta semplicemente la vita, senza giudicarla, e tanto è bastato per scatenare le critiche dei benpensanti dell’epoca, ma lui se ne infischiava, e così dobbiamo fare noi. Il suo sguardo diviene nel corso del film il nostro, ed è lo sguardo di un bambino, tenero e indifeso, che può solo levare al cielo un piccolo pugno magro, a protestare contro le ingiustizie.
Il nostro non ha il radicalismo teorico e politico di Godard, altro autore da noi molto amato, ma è capace di una poesia semplice e complicatissima, fatta si sguardi e di riprese anormali, gli sguardi di un adolescente innocente ma cresciuto in un bordello parigino, figlio di una prostituta dal cuore d’oro. La prostituta è il cinema, e Truffaut è uno dei suoi figli prediletti.

Voto: ng. Perdonateci, ma non ce la sentiamo di affibbiare un voto a un simile capolavoro, prendetela come un atto di modestia nei confronti di quello che per noi è un padre… ed è troppo difficile giudicare i nostri padri, veramente troppo difficile.

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