La speranza un sogno ad occhi aperti

Aristotele

Oct 18 2006

Oltre ogni scrittura

di matteo musacci

Trilogia dello spavento, Isabella Santacroce, 1995-1998


santacroceFluo: primo romanzo della scrittrice romagnola, primo romanzo della Trilogia dello spavento, esordio letterario che, nell’oramai lontano 1995 (edito dalla coraggiosa casa editrice Castelvecchi, la stessa che ha lanciato Nove e Labranca, poi Feltrinelli, nel 1999), ha cambiato, a mio avviso, la storia della letteratura italiana.
La trilogia è lo spartiacque tra quella letteratura “postmoderna” che Umberto Eco andava predicando negli anni ’80 e quel movimento letterario nato subito dopo, discendente dal “Cannibalismo”, chiamato “Nevroromanticismo”, tra cui, oltre la Santacroce, figura(va)no Ammaniti e Nove.
Oggi, che di anni ne sono passati tanti, la trilogia non è ancora stata capita dai puristi della lingua, che si ostinano a cercare un linguaggio in disuso, che più nessuno parla e vuol parlare. In quegl’anni, solo il grandissimo e compianto critico Cesare Garboli aveva veramente creduto in lei, difendendola a spada tratta. Critici visionari come Garboli, oggi, non ce ne sono più.
fluoFluo è un romanzo che sfugge, e che vuol sfuggire al lettore, non ha regole perché le regole le ha imparate a menadito durante l’intenso lavoro di stesura, un po’ come faceva Tondelli quindic’anni prima, con il suo Altri libertini, che pochi ricordano, o meglio, che molti vogliono dimenticare.
Il linguaggio è in divenire, è sostanza (de)formata da mille pezzi di un puzzle fatti cadere alla rinfusa su un tavolo, e ricomposti a volere dell’autrice, che è più interessata ai suoni, alle cadute libere e alle brusche frenate delle parole. Il plot (ma che importanza ha il plot in un tal romanzo?) è la semplice storia di una ragazzina appena maggiorenne, e della sua estate a Riccione, paese natale della scrittrice: un estate fatta di sesso, droghe, musica a tutto volume, morte, dolori. Il sottotitolo, che sembra messo lì apposta per chi un titolo come Fluo non lo digerisce ancora, è appunto Storie di giovani a Riccione: il romanzo è composto infatti da piccoli capitoli, piccoli episodi, quasi diapositive di un estate giovane, che va vissuta fino in fondo, fino a morire.

destroyDopo solamente un anno, esce nelle librerie Destroy, per Feltrinelli, e il gioco della Santacroce si fa ancora più duro: le regole le detta lei, la sua scrittura ne ha sempre meno, e noi dobbiamo adeguarci. Dobbiamo perderci nel tempo immaginario del romanzo, le 27.30, nel nichilismo di Misty, la venticinquenne protagonista partita per Londra, incartocciata da domopak, latex e tulle per soddisfare i piaceri erotici e masochisti dei suoi clienti, intontita da tutte le droghe possibili, dai super alcolici e da musica a tutto volume, in un anticlimax che porta alla distruzione, alle ore 31.00 del tempo scandito dalla Santacroce.


luminalPassano solo due anni, e, ancora per Feltrinelli, esce Luminal, la vetta stilistica della trilogia e dell’intera produzione, a tutt’oggi, della Santacroce: un mondo fatto di luminal, una droga potentissima che travolge le due protagoniste: Davi e Demon. Quest’ultima è narratrice del viaggio che le porta in varie città d’Europa, a vivere fino all’ultimo la loro adolescenza frenetica, senza nessuna redenzione, perché di redenzione, nessuno vuol sentir parlare. Ascoltare la Santacroce leggere l’incipit di Luminal fa venire la pelle d’oca, prima di tutto perché l’incipit è geniale (“A volte penso sia stata la luna a partorirmi tra spasmi di cosce pallide sapientemente allargate tra le stelle proprio in alto. Così appesa sopra un concerto di David Bowie si apriva lasciandomi cadere. Io sono Demon e la luna è mia madre”), e poi perché la scrittrice è divina, come le sue protagoniste, perché lei è le sue protagoniste, lei è le storie racconta, i suoi personaggi sono un’Alice nel paese delle meraviglie (dove le meraviglie sono droghe e nevrosi) perché lei è Alice.

Scritto da: matteo musacci

Data: 18-10-2006

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Mi sono fatto da solo. Credo di aver avuto per maestri i miei occhi.

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