sei in OcchiAperti.Net > Benvenuti nella nuova sezione Cinema! > Archivio Recensioni > Velocità Massima
Velocità Massima
Auto, donne e corse... al rallenti
con Velerio Mastrandrea
testo alternativo

Film italiano presentato quest’anno alla mostra del cinema di Venezia, e vincitore delPremio “Arcobaleno - città di Roma” Velocità Massima è un fenomeno realmente strano all’interno del panorama nazionale. La presenza di Mastrandrea e il tema trattato, quello delle corse clandestine lo identificherebbero come prodotto destinato ad un pubblico giovane, fatto di teen ager motorizzati e festanti. Ma il film è più adulto di quanto ci si potesse aspettare, e, per quanto non esente da difetti, affascinante.
Il protagonista è Claudio, giovane quasi maggiorenne in rotta col padre, che vuole essere meccanico e non sfasciacarrozze, la professione di famiglia. Incontra Stefano, interpretato da Mastrandrea, che gli offre di potersi applicare alla professione che ama. Insieme costruiscono una macchina molto potente, che deve gareggiare clandestinamente per risolvere i problemi economici dell’officina. Le conoscenze tecnologiche di Claudio e l’abilità di Stefano possono ottenere insieme grandi risultati. Per quanto Mastrandrea sia capace di rendere estremamente divertente il suo personaggio, è in realtà Claudio, interpretato da un enigmatico Cristiano Morroni, il centro del film: silenzioso, timido, sempre controllato se non nei momenti in cui una rabbia profonda e nascosta esplode e rischia di distruggere ogni cosa. In mezzo alle corse e alle auto c’è anche l’amore, amore folle di un ragazzino per la donna di un ricco figlio di papà, amore che non offre consolazione, amore che porta tutto allo sfascio, che distrugge amicizie e che esplode rapido, incontrollabile e sempre fatale.
Interessante questo Vicari, il regista. Dirige un film che nelle premesse è un Fast and Furius all’italiana, ma che in realtà si trasforma in un elogio della lentezza e della contemplazione, anche quando inevitabilmente il ritmo accelera per dare spazio alle corse, mostrate in uno scenario onirico e ovattato. Le lente carrellate sulle lamiere, sui pezzi del motore, sui ricambi rendono un omaggio ad una estetica futurista d’antan, ma senza eccedere in fulminee folli riprese a rincorrere le ultime mode.
La parlata e l’ambientazione rendono perfettamente il mondo che Vicari vuole descrivere, quello delle periferie della capitale. Ostia per la precisione, mondo a parte che gravita attorno all’ombellico d’Italia. Ma gli squarci di paesaggio sono da film americano, a volte sembra di trovarsi in mezzo al deserto dell’Arizona, persi tra Hunter S. Thompson e Dean Moriarty. Ci pensa però il dialetto a portarci alla realtà, divertente, sguaiato, brusco e volgare, eppure in una certa misura poetico, come aveva ben capito Pasolini, friulano triste trapiantato nella capitale.
Il primo tempo è una meraviglia, lento e sinuoso, fascinazione forse tutta maschile delle automobili da corsa, ma mostra piccoli segni di cedimento quando si interessa alle vita delle persone. E infatti il secondo tempo precipita, le vicende amorose non sono affrontate con lo stesso spirito d’avanguardia retrò, e mi si passi l’ossimoro. Diventa tutto più scialbo: amori, tradimenti, debiti e risse, vita televisiva di tutti i giorni. Una sceneggiatura incerta e una mano di Vicari meno salda rende la seconda parte del film piuttosto noiosa e bruttina, e questo penalizza un primo tempo molto affascinante. Ma si riscatta nel finale, bello e vigoroso. Un’auto smontata pezzo per pezzo, a rispecchiare le nevrosi mai sopite del giovane Claudio. Le viti e i bulloni, ordinati per terra in ordine di grandezza, i pezzi di metallo, appesi nel vuoto come composizioni di Mondrian, le molle degli ammortizzatori, lucide e rotonde. E in mezzo Mastrandrea, consapevole delle sue responsabilità in tutto questo sfascio.
Da notare, inoltre, un’ottima colonna sonora, curata da Massimo Zamboni, ex chitarrista e co – leader dei defunti CSI. Un ritmo avvolgente, sinuoso, accorato, suoni metallici che però colpiscono l’anima, specialmente di chi di Zambomi è un fan e conosce la sua storia, storia che varrà la pena di raccontare.
In conclusione si tratta di un film diseguale, con momenti piuttosto brutti ma anche altri molto poetici, coraggioso fino ad un certo punto e poi troppo convenzionale. In sostanza un film da consigliare, assolutamente non perfetto, ma vivo, come spesso il cinema italiano non riesce ad essere.

Voto **

visite: 13410
gli ultimi contributi
le ultime della redazione cinema
documento conforme agli standard XHTMLDocumento conforme agli standard css