La speranza un sogno ad occhi aperti

Aristotele

Jan 13 2007

Tra i monti dell'Appenzell

di matteo musacci

I beati anni del castigo, Fleur Jaeggy, 1989

"A quattordici anni ero educanda in un collegio dell'Appenzell. Luoghi dove Robert Walser aveva fatto molte passeggiate quando stava in manicomio, a Herisau, non lontano dal nostro istituto. È morto nella neve. Fotografie mostrano le sue orme e la positura del corpo nella neve. Noi non conoscevamo lo scrittore. E non lo conosceva neppure la nostra insegnante di letteratura. A volte penso sia bello morire così, dopo una passeggiata, lasciarsi cadere in un sepolcro naturale, nella neve dell’Appenzell, dopo quasi tren’anni di manicomio, a Herisau”.

jaeggyC’è una parola in greco, deinos, che al tempo stesso significa “terribile” e “mirabile”, quasi a voler coniugare la bellezza e la magnificenza con il timore e la paura. Un’analogia che non è estranea alla scrittrice svizzera Fleur Jaeggy, trapiantata da tempo a Milano e, sin da suoi esordi, scrittrice di splendidi romanzi in una lingua italiana che incanta. Un’analogia perfettamente resa nel personaggio di Frédérique nel romanzo del 1989 I beati anni del castigo, edito da Adelphi e vincitore del premio Bagutta nel 1990.

Frédérique è la “nuova” entrata di un collegio femminile dell’Appenzell: di una bellezza austera che provoca timore all’io narrante del romanzo, che con il tempo si avvicinerà a questa figura che non smetterà un solo istante di risultarle estranea al mondo terreno, anche quando l’amicizia diventerà quasi soffocante, tanto che la presenza di una nuova entrata, Micheline, capace di essere solo bella, provocherà tra le due una rottura. Rottura che si risolverà molti anni dopo, al di fuori del collegio femminile, quando l’io narrante cercherà Frédérique e di lei troverà solo follia e morte.

beati anni del castigoUn io narrante che si piega alla grandezza di Frédérique, ne diventa schiava nelle parole che utilizza per raccontare la storia che molti anni prima le ha viste protagoniste, senza far trasparire emozioni, mantenendosi quasi sempre distaccata, volendola, nel finale, punire per il rifiuto del suo amore carnale e malato: le contraddizioni umane, prima o poi, vanno a finir male.

Un romanzo interamente femminile (la presenza degli uomini è lontana e impercettibile), scritto con uno stile sobrio ma sempre variato, che non lascia mai il lettore, ma lo trasporta lungo tutta la storia e lo guida in un luogo segreto quale un collegio femminile e, di conseguenza, dentro i pensieri delle sue collegiali. Uno stile anch’esso deinos: mirabile, per la sua forte musicalità, ma terribile, per la sua apparente mancanza di moti emozionali nel cuore dell’io narrante.

E, per tutte le pagine del romanzo, aleggia il senso della morte, quella di Robert Walser nella neve dell’incipit, quella dei sentimenti, la morte della bellezza, delle speranze dell’educanda io narrante, la morte interiore di Frédérique… E forse è proprio la morte il vero argomento di questo romanzo: magnifica, ma al tempo stesso, terribile.

Scritto da: matteo musacci

Data: 13-01-2007

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