sei in OcchiAperti.Net > Benvenuti nella nuova sezione Cinema! > Archivio Recensioni > Un viaggio chiamato amore
Un viaggio chiamato amore
Coppa Volpi come miglior interprete a Stefano Accorsi
di Michele Placido
testo alternativo

Dopo la visione del film non è chiaro di cosa Placido volesse parlare prevalentemente: se della tormentata vicenda umana e letteraria del poeta Dino Campana (Stefano Accorsi), o della vita della scrittrice Sibilla Aleramo (Laura Morante) o non piuttosto della relazione amorosa nata dal rapporto epistolare tra i due, come sembrerebbe suggerire il titolo.
In realtà lo spazio maggiore è dedicato proprio alla narrazione della vita della Aleramo, vera protagonista del film, mediante l’inserimento di numerosi analessi relative all’ infanzia e adolescenza della scrittrice femminista che ha alle spalle una vita difficile, un matrimonio riparatore a sedici anni e l’abbandono di un figlio.
Il racconto della storia d’amore non convince e quasi sfinisce perché, sull’onda dello stile da fiction imperante, non riesce ad andare oltre la cronaca pedissequa delle continue separazioni e dei conseguenti ricongiungimenti tra i due, che appesantisce il plot facendo sembrare la relazione molto più lunga dei due anni di effettiva durata. Che questo effetto sia voluto? Forse, ma la superficialità quasi commerciale con cui si racconta la passione e l’amore viene messa in evidenza da questa costante reiterazione. Anche la sfida letteraria pare in gran parte persa: infatti, se è vero che la fotografia di Luca Bigazzi, molto curata, riesce a trasmettere certe atmosfere, d’altra parte la sceneggiatura non rende giustizia allo spessore poetico dei personaggi di cui si racconta. Gli unici momenti in cui si sente davvero la voce di Campana e della Aleramo sono quelli in cui vengono lette parti delle lettere tra i due, in asincrono rispetto alle immagini. Per il resto, nonostante la bravura di Accorsi e della Morante, gli inserti poetici all’interno dei dialoghi del film appaiono appiccicati, e in tal modo banalizzati.
Il personaggio in assoluto più bistrattato è Dino Campana, che assume quasi i connotati della macchietta. Le sequenze più riuscite sono quelle dedicate alla ‘pazzia’ di Campana, ai suoi continui sbalzi di umore, alle sue isterie e ossessioni. Niente o quasi, però, viene detto sul Campana intellettuale anarchico, e poco viene fatto capire sulle sue posizioni, all’infuori della esplicita opposizione al circolo fiorentino i cui frequentatori egli considera borghesi e opportunisti. In questo modo il ritratto si appiattisce troppo sulla schizofrenia e visionarietà, caratteristiche proprie ma non uniche del poeta.
Nessuna innovazione linguistica particolare caratterizza il film, come c’era da aspettarsi. Ma il preteso realismo, come si è detto fino ad ora, non è adempiuto da una sceneggiatura attendibile e brillante che basterebbe almeno a raccontare bene una bella storia.
Una delle chiavi di lettura sta forse nel considerare la pellicola commerciale perché si sa, le storie d’amore attirano sempre, specie se camuffate da pretese ‘alte’ come quella in questione.

Voto: * 1/2

visite: 13222
gli ultimi contributi
le ultime della redazione cinema
documento conforme agli standard XHTMLDocumento conforme agli standard css