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People I Know
Intrighi politici nella Grande Mela
con Al Pacino
testo alternativoCATEGORIA: Film d'autore con concessioni al grande pubblico

Eli è un vecchio PR della grande mela. Il suo compito è di far parlare i giornali per le manifestazioni e i personaggi pubblici che lui rappresenta. Ma la sua carriera è ormai al lumicino. Gli rimangono da gestire un attore soltanto, al quale deve togliere sempre le castagne dal fuoco, e una serata di beneficenza per i diritti civili. E’ stanco e malato, dimesso e distrutto dalla città che fagocita l’anima. La possibilità di fuggire gliela da la cognata, moglie del fratello morto suicida e innamorata di lui, magistralmente interpretata da una ancora bella Kim Basinger. In una lunga notte va a pagare la cauzione per un’attrice televisiva, tossicodipendente e amante dell’attore suo protetto. Si ritrova a fumare oppio e ad assistere ad un party molto esclusivo, fatto di sesso e droga, dell’alta società newyorkese. Il giorno dopo non ricorda nulla e l’attrice è morta. Lui continua sempre più stanco ad organizzare la sua serata, l’ultima serata della sua vita attiva, in difesa di tre nigeriani che dovrebbero essere espulsi. In memoria del suo passato pieno di fervore, al fianco del reverendo King e di Bob Kennedy. Ma la politica e gli intrighi reclamano la loro parte e l’escalation degli eventi conduce il film ad un finale ridicolo.
Si certo, ridicolo, incoerente e, francamente assurdo. Non ve lo riveleremo, ma la delusione che si prova nel finire così un film che sembrava ben condotto è cocente. Un’occasione sprecata. Certo, non ci troviamo di fronte ad uno dei capolavori del cinema politicamente e civilmente impegnato americano. Quelli sono retaggio del passato. E “I tre giorni del condor” o “Tutti gli uomini del presidente” sono fulgidi esempi del tipo di cinema a cui ci stiamo riferendo. Veri e propri capolavori, al confronto dei quali questo non sta, nemmeno per un secondo, al passo. Ma è onesto e sincero, e questo gli va riconosciuto. Anche coinvolgente, a tratti, se non fosse per l’amaro in bocca che lascia quel maledetto finale. Il pregio più grande del film sta nel disincanto: il disincanto del protagonista, spezzato da troppe sconfitte, e quello con il quale il regista guarda ai suoi protagonisti, siano essi reverendi neri ossessionati dal proprio carisma o importanti uomini d’affari ebrei.
E il meglio sta tutto nell’interpretazione di Al Pacino, istrione certo, ma lontano anni luce dalle sue ultime interpretazioni, così urlate e barocche. Qui, contrariamente all’allenatore pieno di boria e di sguaiati accessi eccessi verbali di “Ogni maledetta domenica” troviamo un uomo delle pubbliche relazioni al lumicino, perfettamente reso da un costante ricorso al sottotono, senza voler caricare la sua lotta con imbarazzanti e riottosi sermoni. E ottima la scelta del regista di lasciare sullo sfondo i bei discorsi retorici della serata di beneficenza. Sappiamo solo che è un successo, almeno per i media, dei quali Eli si picca di conoscere ogni meccanismo. Un’ulteriore nota di merito va anche alla Basinger, che, lasciatasi a fatica alle spalle il ruolo di sex symbol degli anni 80, è una perfetta donna matura e consapevole, e, con appena un filo di trucco di scena, ancora affascinante.
Poi poco altro, per un lavoro che si inserisce saldamente in una tradizione consolidata, ma che nulla aggiunge e nulla toglie a quanto già detto, se non, forse, con un pessimismo in più rispetto ad un cinema che, negli anni 70, credeva che ancora fosse tutto possibile.

Voto, prima del finale: ** ½

Voto, dopo il finale: * ½

Voto, complessivo: **



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