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The dangerous lives of altar boys
con Jodie Foster
Chierichetti supereroi
testo alternativoCATEGORIA: Film d'autore con concessioni al grande pubblico

Mettiamo subito una cosa in chiaro: chi scrive si è sempre dichiarato totalmente a favore del costume di non tradurre i titoli dei film stranieri.
Ma era la posizione fondamentalista di un cinefilo esasperato da alcuni titoli francamente ridicoli, ancor più per i motivi che hanno ispirato la scelta che per la bruttezza in sé. Così “Mall rats”(Topi da supermercato) di Kevin Smith arrivato in Italia diventò “Generazione X” perché in quel momento “tirava” usare quel termine(ovviamente senza sapere a cosa ci si riferiva), il bellissimo “Nowhere” di Gregg Araki si tramutò in “Ecstasy generation” grazie allo stupore dell’opinione pubblica, messa in quel periodo di fronte ai dati sul consumo di droga da parte dei minorenni( o forse per richiamare le tre persone che erano andate a vedere il precedente film del regista: “Doom generation”). Se poi si pensa che “In the mouth of madness”, uno dei migliori film di John Carpenter, da noi si chiama “Il seme della follia” si può cominciare a comprendere le ragioni della mia rabbia. Ma se come me il film lo avete visto, e vi siete accorti che al centro della trama sta un libro che il doppiaggio italiano chiama giustamente “Nelle fauci della follia”, è facile che in qualche occasione vi siate abbandonati come il sottoscritto al fondamentalismo di cui parlavamo prima.
Oggi però sono cambiato, sempre più spesso i titoli vengono tradotti fedelmente o lasciati in lingua originale quando rischiano di perdere per strada i vari significati. Ora sono guarito e posso affermare che “The dangerous lives of altar boys” andava tradotto.
Prima di tutto perché con un titolo del genere credo proprio che nessuno lo andrà a vedere, e per alcuni versi è un peccato. Poi perché si costringe chi come me non ha un inglese perfetto a porsi tutta una serie di domande inutili durante la visione del film.
Ad esempio: i protagonisti di questo racconto di formazione sono quattro ragazzini che negli anni ’70 frequentano una scuola cattolica. Al che lo spettatore pensa che gli “Altar boys” del titolo siano una specie di congregazione studentesca. I ragazzi in questione sono tormentati da una tremenda suora/insegnante(Jodie Foster, anche produttrice), così creano un fumetto ambientato in un mondo fantastico, in cui i loro alter ego sono mutanti potentissimi e il “cattivo” e proprio una versione mostruosa della loro nemica reale.
Credendo di aver capito tutto lo spettatore decide che gli “Altar boys” non sono altro che i supereroi del fumetto. Ovviamente, pochi secondi dopo scoprirà che i mutanti compongono invece la “Atomic Trinity”...
Finito il film uscirà dalla sala, tornerà a casa, aprirà un vocabolario e, sebbene conscio della propria ignoranza, maledirà chi nel 2002 ha avuto paura di reclamizzare il film come “Le pericolose vite dei chierichetti”.
Prodotto da Jodie Foster, questa piccola pellicola di Peter Care riesce ad essere scomoda come promette il suo titolo. Gli adolescenti sono senza dubbio molto più inquieti e credibili di quelli dipinti in altri film di quello che oramai è un vero e proprio “genere”, e molto più teneri nonostante(o forse proprio perché) i loro alter ego hanno nomi ultra-spacconi come “Spaccaculi” e “Scopatutti”.
Le avventure nel mondo dei fumetti vengono raccontate parallelamente alle vicende reali, e ne sono influenzate. Dietro questi piccoli gioielli di animazione “povera” sta Todd MCFarlaine: creatore di Spawn e riconosciuto come il più grande autore americano di fumetti tra quelli della nuova generazione.
La delusione viste queste premesse è quella che si prova di fronte a un film sulla carta validissimo che si sgonfia un po’ nella convenzionalità una volta esauriti gli elementi originali. Forse è colpa della tentazione di inserire troppi spunti che poi inevitabilmente non si sono potuti sviluppare. Il rapporto tra realtà e immaginazione, il filo che va da William Blake alla filosofia di vita di uno dei personaggi, l’orribile condizione in cui si trova una ragazzina sola con il suo indicibile segreto, la negazione del corpo e della propria personalità verso la quale può spingere una religiosità fraintesa, sono tutti temi che avrebbero meritato di più.

Probabilmente verrà fagocitato dall’imminente uscita di “Pinocchio”, ma nonostante i difetti è un film a suo modo coraggioso che ci sentiamo di consigliarvi.

Voto: **



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