La speranza un sogno ad occhi aperti

Aristotele
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Mar 26 2007

Uomo-Dio: incontro o scontro?

di Matteo Musacci

Casa d'altri, Silvio d'Arzo, 1942

“- Così, in treno non ci si arriva lassù?
- No. E neanche in corriera.
- …
- Vi ci vogliono tre ore di mulo. E poi non d’inverno, s’intende. E neanche quando le nevi si sciolgono. Allora, non ce la fareste nemmeno con cinque.
- Beh, e suppongo che avrà almeno un nome.
- Sì. Mi pare di sì. Dev’essere l’unica cosa che abbia.”


D'arzoQuesto spazio di Chiaroscuro è nato per parlare di libri scritti negli ultimi vent’anni, libri che un giorno (con la vivida speranza del sottoscritto) diverranno, magari, classici; ma oggi, consentitimi un’eccezione temporale, parlando di un libro scritto certamente prima del 1952, morte del suo autore, ma che, per la sua travagliata stesura (che vede almeno tre diverse versioni, di cui soltanto una editata in vita), si può dire che non abbia tempo, perché continua ad incantare i pochi, purtroppo, lettori che si cimentano in queste splendide pagine.

Il titolo è presto detto, Casa d’altri, di Silvio d’Arzo, al secolo Ezio Comparoni (diverse sono le edizioni, la migliore, con un apparato critico eccellente, è quella del 2002 della Diabasis, ma si trova anche in edizione Einaudi del 1999), romanzo breve o racconto lungo, a dir si voglia, che in passato ha ottenuto il consenso di Montale ma anche il clamoroso rifiuto di pubblicazione di Pavese, allora militante nell’Einaudi.

Casa d'altriSaggista di tutto rispetto, favolista, letterato, Ezio Comparoni, che la leucemia portò via a soli trentadue anni, ci regala in Casa d’altri un testo perfetto, che, consentitemi il paradosso, si muove nell’immobilità dei suoi personaggi: l’incontro tra un prete dell’Appennino Tosco-Emiliano, la voce narrante, e una vecchia, Zelinda, al termine della sua esistenza. E, se si volesse raccontare la trama, cioè l’azione, ci si potrebbe fermare pure qui, perché il nucleo centrale del racconto, definito da Montale “perfetto”, sta nella domanda finale che Zelinda pone al “Doctor Ironicus” (così era chiamato il prete in gioventù): domanda che però non ha risposta, perché forse le risposte, da parte della Chiesa, non ci sono o non si vogliono dare.

Con uno stile che per l’epoca, con il senno di poi, si potrebbe definire proto-neorealista, che lascia da parte la prosa di ispirazione dannunziana in voga all’epoca, Comparoni ci introduce in quello che da sempre è il contrasto interiore dell’uomo, quello con Dio e con la Chiesa.
Temi d’altronde sempre presenti e più o meno scottanti: un’ottima lettura quindi per pensare a ciò che ancora oggi accade nel mondo. Un lettura breve ma obbligata, nella speranza che tutti possano apprezzare questo grande scrittore e intellettuale per troppo tempo dimenticato.


Scritto da: Matteo Musacci

Data: 26-03-2007

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