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Bordertown
Si può essere così ai confini della giustizia?
Regia: Gregory Nava
Anno: 2007
Durata: 1’ 52’’



bordertownBordertown, border, confini. Confini di tante cose: della città, tra 2 Stati, oppure anche lontananza dai confini della libertà, della dignità, del rispetto, della GIUSTIZIA.
Grazie all’introduzione testuale del film, e ciò che i vari personaggi svelano durante il corso della storia (come se fosse un: “beh detto tra noi, effettivamente…”), non c’e’ davvero nulla di più da aggiungere, tutto è già bello e servito su un piatto d’argento, che aspetta solo di essere colto dallo spettatore: lo sfruttamento di persone; i governi criminali che pensano unicamente al guadagno, fregandosene delle vite umane (soprattutto gli Stati Uniti che si sentono così superiori ed invece…); la corruzione, l’ipocrisia e la violenza, che circola in lungo e in largo tra la polizia e le forze dell’ordine in generale; i cosiddetti “potenti” che adorano far soldi e che fanno di tutto per tenere nascosta la verità; l’ineguaglianza della giustizia, e poi avanti ancora.
La trama della storia è la seguente: nel confine tra Messico e Stati Uniti esistono grandi fabbriche con un’enorme produzione, sorte a causa dei trattati BAFTA (di libero scambio). All’interno di queste fabbriche, centinaia di donne sono sfruttate e ovviamente sottopagate, costrette a vivere in condizioni disperate. A Juárez poi, un numero sempre in crescita di ragazze, vengono regolarmente stuprate ed uccise senza motivi specifici, cosa che però non sembra toccare né governo né polizia, che infatti non fanno nulla per ottenere giustizia. Ad una giornalista americana (Jennifer Lòpez), viene affidato il compito di indagare sugli inquietanti fatti di Juárez, assieme ad un altro giornalista del posto (Antonio Banderas), con un successivo incontro di una ragazza indiana (Maya Zapata), sfuggita “al diablo” (così chiamano gli assassini). La storia di Eva, e quella della giornalista Lauren, finiscono per assomigliarsi, cosa che scaturisce proprio in Lauren, affetto e fratellanza, sentimenti che la porteranno a lottare contro numerose avversità (portandola finalmente a riunirsi con la sua origine messicana in una chiara scena del film).
Direi a causa del montaggio, il film purtroppo non mi ha fornito la tensione che mi aspettavo, ma sono stato colpito dalle prove recitative dei vari personaggi, sia protagonisti sia non, ma in particolare da quella di Maya Zapata. Inoltre un complimento alla regia di Gregory Nava, che è anche, e soprattutto, lo sceneggiatore.
Se qualcuno ritrova nel film le cosiddette “americanate” (la giornalista prima cinica che poi si affeziona grazie ad una storia di vita comune, che rischierà il licenziamento o addirittura la morte per aiutare una persona e per far pubblicare il suo articolo cercando di convincere a tutti i costi il suo capo cattivo, all’anagrafe Martin Sheen, sono idee già viste ad esempio in “The insider”), potreste avere ragione, sono cose che possono piacere oppure no, ma personalmente, visto i grandi temi di riflessione e di denuncia affrontati (hanno avuto dei problemi durante le riprese, problemi di natura politica, a causa proprio di questi temi reali e scomodi), che in questo caso vanno di pari passo con la spettacolarità e l’azione, direi che ne vale davvero la pena; film così sono fortune, che permettono anche a povere lavoratrici solitamente inascoltate, di parlare, anche se indirettamente.
E così, ci ritroviamo ancora a sperare che le cose nel mondo vadano meglio; con un film è abbastanza anche il solo riflettere delle persone, il farsi una propria idea, però, forse ogni tanto bisognerebbe provarci davvero, andare dritti per la propria strada alla ricerca della “semplice verità”, senza compromessi, provare a far qualcosa di davvero significativo, partendo anche solo dalle piccole cose, rischiando la reputazione, la carriera o anche la vita, perché se nessuno mai fa nulla, mai nulla cambierà, insomma…..stile american movie!



Massimiliano Uccellatori
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