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Signs
Dall'autore de Il sesto senso
con Mel Gibson
testo alternativoCATEGORIA: Film da grande pubblico, con stile

Chi o cosa spinge l’australiano Mel Gibson ad assumere, sempre di più col passare del tempo, il ruolo di icona dell’americanismo e dei suoi valori fondanti?
Forse tutto è iniziato con “Il patriota” di Emmerich(fra l’altro anche lui un tipo strano: tedesco, ha realizzato quell’”Independent day” che gronda retorica made in U.S.A.), ma certo la crisi di identità è proseguita con “We were soldiers”: di fronte al cui trailer, lo ammetto, ho dichiarato di essere impossibilitato alla visione del film, causa l’amore per “Apocalypse now” e “Full metal jacket”.
In questo “Signs”, maggior successo dell’estate americana con oltre 200 milioni di dollari di incasso, chi teorizza che un qualche problema mentale ci abbia sottratto il caro vecchio Mel troverà sicuramente ulteriori elementi a proprio favore. Senza contare che l’australiano ha già avviato i lavori per “The passion”, film che lo vedrà impegnato come regista. Ebbene si tratterà del racconto della passione di Gesù, con dialoghi in aramaico, senza sottotitoli.

Graham Hess è un pastore protestante che ha perso la fede in seguito alla morte della moglie in un incidente stradale. Con lui vivono i due figli e il fratello minore. Un giorno scopre che nel suo campo di grano sono stati fatti dei cerchi enormi ottenuti schiacciando i fusti, piegandoli ma non spezzandoli. Opera degli alieni?

Come molti sicuramente già sapranno questi avvenimenti vengono attribuiti dagli scettici a qualche buontempone(talvolta reo confesso) e dai meno scettici alle navi aliene di forma circolare, le uniche in grado di produrre il piegarsi dei fusti. Come queste persone possano conoscere così bene il funzionamento di una astronave aliena per me resta ancora un mistero, ma forse ho capito male. O forse su Coming Soon TV sono pronti a tutto pur di promuovere un film.

Il problema di M. Night Shyamalan, il regista del film, è invece opposto a quello di Mel Gibson: si ricorda troppo bene chi è. Ovvero colui che con “Il sesto senso” ha costruito, nonostante fosse la sua opera prima, un meccanismo impeccabile di avvertimenti quasi impercettibili allo spettatore. Avvertimenti che poi venivano a caricarsi di significati una volta raggiunto il micidiale colpo di scena che chiude il film. Ha poi uno stile che sa prendersi il suo tempo e talvolta sembrare noioso ed eccessivamente leccato, salvo poi costringere lo chi guarda ad ammettere che si, ne valeva la pena.
Peccato che in seguito questo difficile equilibrio non sia mai riuscito a replicarlo: “Unbreackable” resta un film interessante ma certamente non riuscito, e per quanto riguarda il meccanismo di cui parlavamo prima questo “Signs” perde ancora più colpi.
Il problema è che nel suo primo ed acclamatissimo film il fantastico si inseriva nel quotidiano mascherandosi e facendosi notare solo quel tanto che bastava a creare un atmosfera che insospettiva lievemente lo spettatore, senza fargli capire nulla. Nei due film successivi quelli che possiamo chiamare gli indizi degli sviluppi della trama(ovviamente indipendenti da come questa si andrà poi a svolgere) appartengono ad un “normale” che viene chiaramente percepito come “straordinario”(vedi la fissazione della bambina per l’acqua contaminata). E così i colpi di scena possono anche riuscire a spiazzare ogni spettatore, ma ad ogni spettatore è già stato detto: “attento, dopo ci sarà un colpo di scena”. E l’effetto in questo modo si perde.
Senza dubbio poi la foga con cui la coppia Shyamalan-Gibson si butta sull’elemento teologico della trama a molti potrà sembrare parecchio indisponente(specie se il secondo della coppia pare in preda a delirio mistico gigioneggiante, con comparsa di tutti i sintomi della sindrome Scientology-Travolta). Anche se proprio a questo è legato uno dei pregi del film.
Nel suo legare la fede del protagonista al “vedere”, finisce per arrivare alla matrice che sta alla base di quasi tutto il cinema Horror. La regia è abile nel gestire la scelta di giocare costantemente con il non visto, nel mostrare particolari sfuggenti che(come vuole la tradizione dei filmati sugli UFO) possono essere interpretati in svariati modi, nel tenere quindi il film e il pubblico costantemente sospeso tra il “credere” e il “non credere”.
Ed è per questo che, dimenticando la pessima recitazione e le forzature della trama, ci sentiamo di dire che questo blockbuster anti-spettacolare almeno ha il pregio di “funzionare”. E nella sua dimensione “famigliare” riesce effettivamente a creare una buona tensione.

Voto: **

P.S. Il film sfrutta ottimamente la tecnologia Dolby Surround. Perciò vi consigliamo, per sentirvi anche voi circondati dalle spighe che frusciano inquietanti, di vedere il film in una sala adeguatamente attrezzata come l’Alexander.



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