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Mio fratello è figlio unico
Splendida ricerca di giustizia tra rosso e nero
Regia: Daniele Luchetti
Anno: 2007
Durata: 1’40’’

scamarcio e germano..desta, sinistra, rivoluzione, rosso, nero, fascio, guerra, partiti, religione, movimenti, idee, azioni, violenza, pacifismo, lotta, camicie nere, brigate rosse, estremismo, ma chi ci capisce più niente?
Ci sono tante di quelle cose da uscirne pazzi, eppure Daniele Luchetti è riuscito a raccogliere tutto questo, ed altro, e lo ha trasformato in un film made in Latina, dove persone normali, hanno confusione normalissima, tanto che la frase topica diventa: “ma che cazzo stai a dì ao?”. E con la politica non può essere altrimenti, se poi ci aggiungiamo che l’ambientazione è a cavallo tra gli anni ‘60 e ’70, gli anni delle grandi rivoluzioni e dello smascheramento delle contraddizioni, il gioco è fatto.
In “Mio fratello è figlio unico”, vengono raccontate le storie di diversi personaggi, partendo dal loro profondo e mostrando i propri limiti: Accio è un bambino ribelle (bambino solo in una prima parte del film, ben interpretato da Vittorio Emanuele Propizio), ma abbastanza normale per la sua età, che ha un rapporto misterioso con la famiglia, bizzarro con il fratello (il classico mostrare affetto con un pugno), e problematico con la sua condizione di vita, fatta di miseria (la grande paura di rimanere ”ultimo”). Sempre in cerca di una fede in cui riconoscersi, per sentirsene parte, unito e in compagnia, entra prima in un seminario per diventare prete, poi capendo che non fa per lui, si ribella alla famiglia e comincia ad ascoltare le idee fasciste di un suo amico venditore ambulante. Soprattutto da bambini, è facile appassionarsi ad idee che, se raccontate in modo esaltante, finiscono per sembrarti le più giuste, tanto da farle diventare una fede ed uno stile di vita, anche se di queste idee conosci solo ciò che ti raccontano e di tutto il resto nulla. Però, immedesimarsi troppo può far male perché cominciano a mostrarsi le contraddizioni (come ovunque), e quelli che si dicevano tuoi amici poi ti deludono, e piano piano abbandoni l’orgoglio ed ammetti di aver sbagliato, prendendo la forza necessaria per ricominciare, riflettendo sui propri errori, perché sbagliando si impara, meglio che in qualunque altro modo. Accio comincia ad interessarsi delle ideologie comuniste, ma continua a porsi domande, senza trovare però risposta, impotente e scontento delle ingiustizie della vita, ma lui, troppo sveglio ed intelligente per caderci fino in fondo, lascia questo ruolo al fratello maggiore Manrico che non ha saputo dire basta, ed il suo giorno del riscatto arriva, e fa ciò che va fatto come un vero trascinatore, per poi accettare sé stesso e la sua storia, in pace con il mondo così com’è, lottando contro le ingiustizie di qualunque schieramento politico esse siano.
Ottimo il lavoro del regista, che a volte ha saputo cogliere magistralmente le incertezze delle persone, usando anche la camera a mano; partecipe poi della sceneggiatura tratta dal romanzo “Il fasciocomunista” di Antonio Pennacchi, scegliendo poi una canzone di Rino Gaetano come titolo del film e soundtrack, però non presente, perché, come svela lo stesso regista, avrebbe rivelato troppo della storia.
Attori: Elio Germano e Angela Finocchiaro stellari, Riccardo Scamarcio sicuro e deciso, mentre Luca Zingaretti piuttosto insignificante.

Massimiliano Uccellatori
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