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Hollywood Ending
Il nuovo film di Woody Allen
New York New York
testo alternativoCATEGORIA: Film d'autore con concessioni al grande pubblico

Prendete New York, un regista ebreo in crisi di ispirazione e nevrotico, un certo sarcasmo nei confronti dei losangelini, donne giovani attratte e respinte dal cinema e dal regista in questione, uno psicanalista, musica di classe a là Cole Porter, mescolate tutto con un po’ di alcolici e di farmaci e otterrete il nuovo film di Woody Allen.
Il nostro autore, tanto amato e idolatrato in Europa e poco considerato in patria continua a fare un film all’anno. Ed ecco, puntuale come al solito, il suo nuovo parto intellettuale. Interpreta Val, il regista nevrotico di cui parlavamo, al rientro nel mondo del grande cinema, fortemente voluto alla regia di un film newyorkese dalla ex – moglie, attuale fidanzata del produttore. Appena prima della lavorazione viene colpito da una cecità psicosomatica, dovuta ad un nevrosi per un conflitto mai risolto con il figlio punk e, a suo modo, artista. E il primo tempo è la classica girandola di battute e ossessioni, con New York come costante sfondo tanto amato dal regista di origini ebraiche. Giochi di parole, allusione sessuali più o meno velate, giochi linguistici e divertimenti. Un po’ scontato forse, un po’ troppo alla Allen, a come ci ha abituato il nostro negli ultimi tempi. Ma i difetti maggiori del film si notano nel secondo tempo, quando appare la noia e tutto suona molto più scontato. L’ultimo cinema di Allen suona più come un blues che come un jazz, è sempre un ritorno su accordi noti e scontati, piuttosto che la selvaggia improvvisazione del prima comico e poi grande regista americano. Comunque anche cieco riesce a girare “La città che non dorme mai” il film nel film. E risulta immancabilmente un film orrendo, che a nessuno piace, compreso a Val quando la vista finalmente gli ritorna. Ma in Francia è accolto come un capolavoro, e lì si trasferisce, in compagnia della ex moglie che lui è riuscito a far riinnamorare.
Ed è un finale che assomiglia ad una scusa nei confronti del pubblico. Se la droga di Truffaut si chiamava Julie quella di Allen si chiama cinema, e lui ha bisogno di una dose all’anno. Non si spiegherebbe altrimenti la necessità di continuare a proporre una nuovo opera ogni inverno. Sembra essere una necessità fisica, o psichica, cosa che, nel caso di Woody, non fa molta differenza. Un bisogno di comunicare inestinguibile, una verve creativa che, in apparenza, non si appanna mai.
Eppure spesso il suo cinema mostra la corda, è debole, appena sorretto da una leggerezza che apprezziamo ma non riusciamo a godere completamente. Sono lontani i tempi di “Io ed Annie” o di “Manhattan”, e speriamo che la promessa di tornare a lavori più corposi e drammatici sia mantenuta.
Gli attori principali appaiono invece in gran forma: Allen nella parte di se stesso è sempre un piacere per la mente, Tea Leoni è ottima nella parte della ex moglie e mostra come spesso la notorietà divistica sia un accessorio rispetto alla buona recitazione. Mentre gli altri sembrano francamente fuori ruolo, troppo impegnati a sovraccaricare la loro recitazione di caratteri sarcastici a volte fastidiosi.
Nonostante tutti questi difetti, però, il film è piacevole, come ogni altra opera di Allen, quello che manca è l’elevarsi a quote alle quali da un po’ non riesce più ad accedere, perso nei meandri di un cinema sofisticato ma spesso vuoto, elegante e mai davvero cinico. Bergman e Fellini sono i suoi amori più grandi, ma per omaggiarli non basta una citazione ogni tanto.
Per il resto, se da Allen non pretendete un capolavoro ogni anno rimarrete parzialmente soddisfatti, altrimenti sarà la solita annuale semi delusione: insomma, un lavoro compiuto a metà, un po’ come “La città che non dorme mai”. Se invece cercate esempi di meta cinema, cioè di cinema che riflette su se stesso, prendete “Effetto Notte” o un qualunque film di Godard, non saranno così divertenti, ma sono certamente più sofisticati.

Voto: ** 1/2



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