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The Rules of Attraction
Dall'autore di Pulp Fiction il canto del cigno del teen movie
con James Van Der Beek
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Ecco, l’abbiamo fatto anche noi, vi abbiamo ingannato. Non è un inganno da molto, anzi, un piccolo inganno per farvi visitare questa pagina. Sapete, spesso per presentare un film si scambia l’autore con il produttore. Così è accaduto per The Dancer, presentato come il nuovo film di Luc Besson, quando in realtà l’enfant prodige del cinema francese ne era solo il prodotto. Nel caso di "The Rules of Attraction" l’inganno consiste nel fatto che il regista non è Quentin Tarantino. E’ invece Roger Avary, il cosceneggiatore di Pulp Fiction, e l’autore del misconosciuto e bellissimo Killing Zoe, claustrofobico e lisergico film di rapina.

Ed ecco che, a distanza di anni, si riaffaccia al mondo del cinema con un film assolutamente particolare, che si inserisce nel filone dei teen movie, che da Scream in poi è diventata la gallina dalle uova d’oro della nuova Hollywood. Film poveri, serie televisive come Dawson Creek, girate con un certo gusto cinematografico, ma con lo sguardo sempre attento al pubblico dei giovanissimi americani, pubblico ingenuo al quale basta come promessa la presenza di tante belle ragazzine, in possesso di limitate doti artistiche, ma con un viso carino e un fisico da urlo.

Sembrava molto strano che un cineasta estremo come Avary si mettesse alla prova in questo campo,traducendo un racconto di Brat Easton Ellis, il visionario autore di American Psyco, e, incuriositi da questo mix abbiamo bruciato ogni altro organo di informazione e l’abbiamo visto per voi.

E’ la classica storia del college americano, magari un poco più nera. Belle ragazze, bei ragazzi, feste, alcol, droghe, sesso e ogni altra forma di degradazione. I protagonisti sono tre, Sean, interpretato da quel Van Der Beek, noto al pubblico per essere il Dawson televisivo, Lauren, una ragazza vergine e stupenda e Paul, un ragazzo gay che cerca l’anima gemella. La narrazione parte dalle fine della storia, la festa della fine del mondo. E subito si nota la messa in scena spettacolare di Avary, una messa in scena grazie alla quale il regista ci mostra la contemporaneità temporale della conclusione delle tre vicende personali. Strumenti quali il rallenti, la moviola, i primi piani, il far riavvolgere il tempo su se stesso rendono possibile l’avvilupparsi della trama su se stessa. E’ difficile da spiegare come questo avvenga e il risultato finale. Tutto sembra un po’ troppo alla moda, ma è funzionale al racconto e lascia spazio alla componente virtuosistica di Avary.

Lauren viene stuprata da un energumeno che nemmeno conosce, Paul viene respinto da un ragazzo in malo modo e Sean, che scopriremo poi essere oggetto del desiderio di entrambi, anche se il regista lo lascia intuire fin da subito grazie ad un abile uso dello zoom, allaccia una relaziona con una bellissima ragazza.
Poi parte il flashback, lungo quanto tutto il film, che ci racconta le premesse di quelle tragedie.

Se la trama vi sembra banale, per come l’abbiamo fin qui raccontata, forse non siete troppo lontani dal vero. Ma è il senso generale del film a rappresentare un modo completamente nuovo di concepire il genere del film adolescenziale. Se l’aspetto fondamentale di questa tipologia di film, la questione della sessualità, di solito viene negata, ma concepita positivamente, in questa pellicola viene concessa con abbondanza di particolari, ma non è mai un’esperienza liberatoria. La sessualità, esibita, mostrata e vissuta in tutte le sue forme, da quelle dell’autoerotismo allo stupro, passando dal rapporto consenziente, è un’esperienza dolorosa, avvilente e frustrante, in cui è il piacere ad essere negato e non l’atto stesso.

Queste sono le regole dell’attrazione, secondo Avary. E le regole prevedono da un lato infelicità dell’uno in cambio della gratificazione dell’altro, e addirittura un suicidio in un colpo di scena degno di un cinematografia molto più adulta. In più ci sono paradisi artificiali simili ad inferni, ed emerge una componente noir leggermente fuori luogo. E’ sicuramente un film morale, di una moralità accesa, forte, ma che non scivola mai nel moralismo d’accatto.

Ottima la prova degli attori, in particolare il nostro Dawson, trasformato da placido e sensibile ragazzo di provincia, in un individuo senza scrupoli e morale, incapace di generosità, profondamente egoista e, con una faccia così cattiva da trasformarsi in un'altra persona.

La macchina da presa scivola sul film, leggera e abile, ma alcune riprese semisperimentali sono a metà strada tra l’avanguardia e il barocchismo fine a se stesso.

Ma un poco tutto il film sembra fine a se stesso, un po’ cinefilia da supermarket e un po’ gioco intellettuale da giovane studente di cinematografia. Non si può comunque negare che abbia un suo proprio fascino, anche se piuttosto modaiolo, e che il regista non riesca a stupirci, almeno un po’.
Certo è che il teen movie, da qui in avanti, non sarà più lo stesso, almeno per chi avrà la possibilità di vedere questo canto del cigno. Ma questo fatto non è poi così rilevante nella cinematografia mondiale. Anzi, non è per nulla rilevante. In fondo il grande Wes Craven, e il suo sceneggiatore, Kevin Williamson, autore anche di Dawson Creek, con il loro Scream, hanno realizzato un affascinante gioco cinefilo, ma hanno dato origine a una serie di cloni inguardabili. The rules of attraction ne segna l’ideale fine, e poi, in fondo, non è così inguardabile.


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