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K-19
con Harrison Ford
il ritorno di Kathryn Bigelow?
testo alternativo CATEGORIA: Film da grande pubblico, con stile

Siamo negli anni della guerra fredda. Il miglior sottomarino sovietico parte per la sua prima missione. Il nuovo comandante è ovviamente fedelissimo al partito, ma gli accadimenti renderanno veramente difficili le sue scelte.

Kathryn Bigelow è “l’unica regista con le palle”. Sono parole del suo ex-marito James Cameron (il regista, fra gli altri, di “Terminator” e “Titanic”), ma descrivono bene quanto questa signora sia una mosca bianca ad Hollywood.
Non solo con film come “Point Break” e “Strange days” è riuscita a cimentarsi con generi che sono normalmente affidati alla regia di un uomo, ma lo ha anche fatto gestendo budget altrettanto “maschili”.
Ciò che ce la fa amare è il suo riuscire a rimanere nonostante ciò una regista estremamente femminile. Nel suo esordio (“Blue steel” con Jamie Lee Curtis), una donna-poliziotto intreccia una relazione con un uomo che lo spettatore scopre presto essere un maniaco. In “Point Break” analizzava il fascino del surf e degli sport estremi, giocando di nuovo con l’ambiguità fra bene e male. Ma soprattutto filmando spudoratamente Patrick Swayze e Keanu Reeves come due oggetti del desiderio, dedicandogli gli sguardi che i registi maschi dedicano ai personaggi femminili, solitamente passivi e “trascinati” come Reeves in questo film. Con il più conosciuto “Strange days”(che, in un intreccio da Thriller pre-cyberpunk, descrive gli ultimi giorni prime del capodanno del Nuovo Millennio del detective privato Lenny Nero) la Bigelow ha probabilmente raggiunto il culmine della sua personalissima poetica: l’eroe è un efebico Ralph Fiennes, ma i motori della vicenda sono una risolutissima Angela Basset e una Juliette Lewis che ne incarna l’opposto, la donna pronta al compromesso ma capace di far muovere gli uomini a suo piacimento. La sua carriera ha ultimamente subito un arresto dovuto al flop di “Il mistero dell’acqua”: interessante ma irrisolta storia a doppio binario temporale.
Questa introduzione per dire che non ho molta voglia di parlare di questo “K-19”, sebbene i motivi di godimento non manchino completamente è bene chiarire ai fan che si tratta del tipico “film su commissione”. Probabilmente la sua natura di regista da alto budget le crea non pochi problemi, e in questo caso è stata costretta ad accettare un copione che sicuramente non le ha lasciato molta libertà.
E così ci troviamo di fronte ad un film deludente quanto lo era stato il “Pianeta delle scimmie” per Tim Burton. Esattamente come in quel film i temi prediletti del regista di “Edward mani di forbice” ed “Ed Wood” rimanevano come soffocati da una produzione che mirava soprattutto alla spettacolarizzazione, qui possiamo a malapena intravedere il fascino che in genere la Bigelow sa dare ai suoi personaggi maschili, e il confronto serrato di caratteri fra il glaciale Harrison Ford e l’inquieto Liam Neeson.
Il resto è banale riproposizione degli elementi tipici del “film di sottomarini”. Il che non è per forza un male visto che di film di genere si tratta, ma in questo caso il carico di stereotipi e di situazioni risapute rischia di affondare il tutto.
Si potrebbe infine parlare dell’unica novità introdotta dal film, gli eroi sono i nemici di sempre, i sovietici. Si potrebbe evidenziare in che modi gli sceneggiatori Statunitensi riabilitino i nemici di un tempo investendoli di valori tipicamente Americani. Ma che senso avrebbe? Non è scontato anche questo?

Voto: * e 1/2



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