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Three
Tre paesi, tre storie, tre misteri
"Saam gaang".Hong Kong/ Corea del Sud/ Thailandia 2002
locandina del film ThreeÈ risaputo che la formula del film a episodi – tanto sfruttata negli anni '50 e '60 – difficilmente ha sortito esiti memorabili nella storia della cinema. Come nota Alberto Pezzotta, l’opera complessiva risulta, infatti, quasi sempre inferiore alla somma dei singoli addendi, vale a dire registi di fama che dovrebbero garantire qualità autoriale e, magari, disquisite variazioni su un unico tema. Forse è lo stesso mezzo cinematografico che mal si adatta a un espediente narrativo che fa della progressione per scompartimenti chiusi e staccati fra loro il proprio vessillo, seppure alla base ci sia sempre un comune filo conduttore. O forse è lo spettatore stesso che non sopporta di cominciare con una storia, e di doverla abbandonare dopo neppure tre quarti d’ora per passare immediatamente a un’altra. Specie se nel corso di questo scarso lasso di tempo si sono innescati in lui sentimenti di attaccamento, empatia, tensione e quant’altro nei confronti dei personaggi e della vicenda. Per carità, a volte, il fatto che un regista si misuri con la forma condensata del corto o del mediometraggio può anche essere una benedizione, un atto d’amore nei confronti del proprio pubblico.
Fatte queste considerazioni, vi segnalo ugualmente Three (2002), un trittico – come il titolo stesso suggerisce – composto di tre episodi, realizzati rispettivamente da un autore coreano, uno thailandese, e uno honkonghese. Unico elemento comune l’appartenenza allo stesso genere: l’horror. Al pari di un altro recente film a tre voci come Eros (di Antonioni, Soderbergh, Kar-wai), Three segnala la stessa disomogeneità qualitativa al suo interno. Se ottime risultano infatti le storie di apertura e chiusura, lenta e poco incisiva è invece quella centrale. Il che crea naturalmente un fastidioso effetto di noia e stagnazione proprio a metà dell’opera.
Ma il punto di partenza del film – ovvero raccogliere tre diversi modi di fare e concepire l’horror provenienti da tre nazioni vicine, ma culturalmente e artisticamente molto diverse – è di per sé interessantissima. Del resto, quasi sempre il film a episodi si propone intenti quanto mai ambiziosi e intelligenti.
Si comincia con Memories, opera del sud coreano Kim Jee-woon (autore peraltro degli ottimi Two Sisters e A Bittersweet Life). Una donna scomparsa, un uomo che la cerca, una bambina. La storia di Memories è tutta qua, ma, grazie a una regia di grande effetto, risulta maledettamente coinvolgente e d’atmosfera. Per quanto il film di Kim sfrutti, infatti, gli stilemi più tipici dell’immaginario orrorifico orientale (il corpo della donna sempre sul punto di liquefarsi, la muta fissità del bambino che tutto comprende, il fantasma che torna dai vivi dominato da impulsi di vendetta e amore ecc… ) lo fa con raffinatezza e originalità. Gli stessi effetti splatter sono usati con la dovuta parsimonia. E alla fine il vero orrore dell’opera sembra più risiedere in oggetti e situazioni apparentemente innocue che in carni tumefatte. Già, per Kim Jee-woon paura è sprofondare in un divano viola per un sonnellino e non tanto guardare un corpo smembrato chiuso dentro una borsa.
Dalla Thailandia invece arriva The Wheel di Nonzee Nimibutr (Nang Nak), storia di alcune marionette su cui grava una terribile maledizione, fra tradizioni e riti popolari immersi in scenografie e costumi esotici e evocativi. Peccato che, nonostante questo sfarzoso dispiegamento dei propri mezzi, la storia risulta, come dicevo, del tutto priva di emozione. Le marionette di Nimbutr sono sì splendide, ma per nulla terrificanti. Il loro odio verso gli umani, assolutamente immotivato e così lontano da quel groviglio di passioni a cui i fantasmi dell’horror orientale ci hanno abituati, è solo irritante.
Going Home, il segmento conclusivo del trittico, opera dell’honkonghese Peter Chan (Perhaps Love), è fortunatamente di tutt’altro stampo. Supportato dalla fotografia del sempre bravo Christopher Doyle, Chan recupera in trasparenza l’idea dell’episodio coreano, ovvero che l’horror altro non sia che la trasfiguarazione visionaria e agghiacciante di psicodrammi famigliari, collisioni affettive e solitudini urbane. In una Hong Kong sempre più desolata e grigia, un poliziotto scopre che il suo vicino di casa sta cercando di curare con la medicina tradizionale cinese la propria moglie, morta da anni, convinto che possa tornare in vita. Inutile dire che progressivamente i toni della suspense si stemperano per scivolare in quelli di una struggente storia d’amore. Una storia dove ciò che fa più paura non sono i fantasmi, ma la follia tutta umana di chi alla morte non si rassegna.

Three
(tit or: Saam gaang. Hong Kong/ Corea del Sud/ Thailandia 2002)
rg: Peter Chan Hoh-San, Kim Jee-woon, Nonzee Nimibutr
cast: Kim Hye-Soo, Jung Bo-Seck, Panjamawat Suwinit, Eric Tsang Chi-Wai

Diletta Pavesi
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