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Il regno del fuoco
Contro i draghi dopo la bomba...
di Rob Bowman
testo alternativoCATEGORIA: Flatline

No, forse non si dovrebbe fare la recensione di brutti film. E così forse non dovrei fare la recensione di questo. Poi dite che siamo troppo cattivi, ma perché gli sceneggiatori di Hollywood ci prendono per fessi? Vi dico sinceramente, la recensione sarà breve, forse troppo. Ma è difficile sprecare parole per simili sciocchezze.
Ma vediamo di fare bene il nostro lavoro. Il regno del fuoco è un film post – atomico in cui i nemici degli uomini, oltre che loro stessi sono i draghi. E di per sé sarebbe una novità. Il genere è fortemente codificato, da Mad Max a The day after passando per Ken il Guerriero contiene tante informazioni che si potrebbe fare un film inserendo solo poche novità. Ma Bowman osa, e inserisce nel contesto il nemico fantastico. Queen, il protagonista, scampa per miracolo al risveglio del drago che metterà, è proprio il caso di dirlo, a ferro e fuoco la terra, procreando una quantità imprecisata di draghi femmine più piccoli. Gli umani, per difendersi dalla minaccia che viene dal profondo, usano addirittura la bomba atomica e mal gliene incoglie. Dopo questo prologo arriva il film vero e proprio: tutto incentrato su una comunità inglese, guidata da Queen, che cerca di sopravvivere agli attacchi dei draghi. In questa comunità, una delle poche rimaste sulla faccia della terra, arrivano gli americani, un battaglione di marines cacciatori di draghi condotti dallo spiccio e francamente molto volgare Van Zan (ah ah, che nome…). Ovviamente tra i due nascono screzi e aperte ostilità sui modi che gli uomini devo utilizzare per fronteggiare la minaccia della propria estinzione. Ma dalla loro rivalità ognuno avrà modo di imparare qualcosa.
Ecco il misfatto: una trama che non sta in piedi nemmeno a sorreggerla. Balzana è dire poco, ridicola forse è il termine per definirla. Ma come cavolo possono esserci milioni di draghi e un solo esemplare maschio? E come possono riprodursi con così tanta facilità? Ma la sagacia dello spettatore non è al centro delle preoccupazioni del regista.
Allora diciamo che le scene d’azione sono banali, noiose e ai limiti del paradossale, senza riuscire a risvegliare lo spettatore da un torpore di una messa in scena puerile. La finta scientificità del film, inserita per dare ad esso una certa verosimiglianza, è assolutamente fuori luogo in un plot che fa acqua più del Titanic dopo l’iceberg. Eh si che i primi minuti promettevano bene: la scena iniziale dove Queen bambino scende nelle cavità della terra e risveglia il drago lasciavano presagire buone cose. Il terrore che viene dal profondo, la magnifica metafora che Lovecraft, con il racconto Il richiamo di Cthulhu, ha inaugurato riprendendo antichi miti di popoli primitivi, sarebbero calzati a pennello per un magnifico e ossessivo film claustrofobico. Ma nel momento stesso in cui il drago è mostrato la metafora si perde, e l’orrore diviene azione, Alien diviene Aliens, e se non si è James Cameron è molto difficile catturare l’attenzione dello spettatore. Ma Bowman non è Cameron, e la sua cifra stilistica lontana anni luce dalle innovazioni visive dell’ottimo mestierante americano.
Una sola scena si salva dal blob miasmatico del (ahinoi) lungometraggio: una messa in scena nella comunità dove ai bambini viene recitata la scena dello smascheramento di Darth Vader e il famosissimo “Io sono tuo padre”, scena piuttosto divertente ma che non colora il film di quel postmodernismo teorico che avrebbe potuto arricchirlo.
Che dire poi della recitazione? Christian Bale, reduce da una magistrale interpretazione in American Psyco, con quella barba e quei modi umanisti appare un pesce fuor d’acqua, invece Matthew McConaughey fuori luogo lo è da una vita, cattivo interprete di molteplici ruoli, sempre troppo sotto o troppo sopra le righe.
Gli effetti speciali, poi, non avrebbero sfigurato se il film fosse uscito negli anni ottanta, i draghi sono passabili e le tracce del blue screen si notano solo un paio di volte: ma siamo negli anni 2000, e lo stupore di fronte alla magnificenza de “Il signore degli anelli” rimane ricordo e desiderio in questo pessimo lavoro.

Eh si, pessimo, nemmeno buono per due risate con gli amici, perché l’acidità di stomaco che procura è superiore al possibile spasso dato dalla comicità involontaria.

Voto: 1/2.



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