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The Bourne identity
C'è bisogno di nuovi Bond?
In testa agli incassi italiani
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Jason Bourne viene trovato svenuto tra le onde da un peschereccio italiano. Non ricorda nulla, ha due pallottole nella schiena e un micro-laser sotto pelle, nel quale è memorizzato il nome di una banca tedesca e una password. Scopre, reagendo a due poliziotti che lo vogliono arrestare, di essere un esperto di arti marziali e chissà di cos’altro. Quando capisce di essere braccato(ma non da chi) cerca ovviamente di fuggire e recuperare più informazioni possibili.

Tratto da uno dei romanzi dedicati dallo scrittore Robert Ludlum alla figura dell’agente Jason Bourne, questo “The Bourne identity” segna il passaggio al cinema da alto budget del regista indipendente Doug Liman, finora distintosi con “Swingers” e “Go”.
Come spesso succede, l’autore non riesce a dimostrare di essere anche un buon artigiano, cioè quel che serve per costruire un solido film d’azione. Purtroppo la grande stagione del cinema indipendente americano ha da tempo esaurito la sua forza, la Miramax è ormai a tutti gli effetti una major e il cinema ultra-commerciale registra il passaggio nelle proprie file di tutti quei giovani registi che avevano esordito ricevendo applausi al Sundance Film Festival.
Liman è uno di questi, nonché uno dei meno dotati, e come quasi tutti i colleghi fatica a conciliare le scelte “personali” con le esigenze del grande pubblico. Nel senso ovviamente che accantona quasi totalmente le prime per dedicarsi senza “mestiere” alle seconde. Il risultato è un action-spy-thriller che parte discretamente e poi si autoazzoppa in una messainscena e una trama che riescono nell’impresa di essere allo stesso tempo confuse ma convenzionalissime.
Ne è la prova il trucco, abusatissimo, di far perdere la memoria sin dall’inizio al proprio protagonista. Ogni scoperta sarà ovviamente poco chiara e il procedere della trama potrà permettersi di essere pasticciato.
Parte di colpa potrebbe averla l’origine letteraria del film: non ho letto il libro di Ludlum ma credo di aver capito che si tratta del capitolo conclusivo delle avventure di Bourne, e che quindi i “caratteri” della storia siano già stati costruiti in maniera ben più approfondita nei testi precedenti.
Da qui uno dei pochi spunti registici interessanti, una sorta di “capacità premonitrice”( la similitudine migliore che mi viene in mente è quella con il “senso del ragno” di Spiderman) che permette a Bourne di cavarsela in più situazioni e a Liman di costruire nella prima parte qualche buona scena. Peccato che probabilmente sia stata acquisita dal personaggio in una delle puntate precedenti, e che qui non venga minimamente giustificata.
Per quanto riguarda le scene più prettamente d’azione, due esempi: l’immancabile scena della “fuga dalla finestra” e l’inseguimento automobilistico.
La prima è senza dubbio ben girata ed emozionante, ma manca totalmente di coerenza: fateci caso, Matt Damon compie degli spostamenti strabilianti aiutato...dal montaggio.
La seconda è invece il trionfo della banalità ed è girata come uno spot( e del resto, probabilmente lo è).
Altro residuo del cinema indipendente, Matt Damon dimostra ancora una volta di essere totalmente inespressivo: che come agente segreto sia peggio di Connery è scontato, ma questo è peggio anche del buon Vin Diesel(nonostante stia probabilmente tentando di avvicinarlo in quanto a massa muscolare).
Cinema confezionato, rassicurante. Sai sempre cosa stai per vedere, ma non è esattamente la stessa sensazione di quando rincontri il vecchio, caro, sporco cinema di genere.

Voto: * e 1/2



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