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Il mio grosso grasso matrimonio greco
L'amore ai tempi della globalizzazione
Il successo americano dell'anno
testo alternativo CATEGORIA: Flatline

Strane storie quelle americane. Spesso banali, con le grandi spese pubblicitarie che vincono e trasformano film mediocri in immensi blockbusters. Ma a volte sorprese incredibili. E questo film ne è la conferma. Costato pochissimo, nell’ordine di poche decine di migliaia di dollari, è uscito in pochissime sale e piano piano il numero si è allargato, il pubblico aumentava, aumentava in maniera incredibile. Morale della favola, perché di favola si tratta, rimane da nove mesi in classifica, incassando oltre 200 milioni di dollari, e continua a crescere. E se all’inizio era la storia di un successo dato probabilmente da un pubblico di nicchia formato da una minoranza etnica, il grandissimo successo finale non si può giustificare solo con questa motivazione.
Contrariamente agli Stati Uniti, in Italia è uscito con un grande battage pubblicitario e gli incassi lo stanno ripagando. Nella sua prima settimana di programmazione è secondo solo al colosso Harry Potter, che ha frantumato ogni record di incasso relativo ai sequel.
Ma veniamo al film in se, che è quello che importa. E’ la storia di Tula, figlia di una famiglia di immigrati greci a Chicago, che vogliono a tutti i costi, compresi quelli del ridicolo e del kitsch, mantenere le loro tradizioni. Ovviamente Tula, come spesso accade agli immigrati di seconda generazione, se ne infischia delle convinzioni e delle convenzioni di famiglia, vuole farsi la sua vita, studiando computer e, magari, innamorarsi di un americano. E così infatti accade, e la storia precipita come una bestemmia alle orecchie della famiglia iperortodossa della ragazza.
Ovviamente si tratta di una romantic commedy, su uno stile consolidato che ha coinvolto un secolo di cinema e mezzo di televisione. E sembra di assistere alla versione cinematografica de “La Tata”, fortunata serie televisiva, con i greci di Chicago e essere bonariamente presi in giro al posto degli ebrei newyorkesi di Francesca Cacace (per chi non lo sapesse è stato lo scellerato doppiaggio italiano a trasformare la famiglia ebraica in una famiglia ciociara di Frosinone). E forse questo non è un complimento per il film. Non mancano le occasioni di divertimento nel film, in particolar modo una vecchietta greca vestita di nero che cerca di sfuggire impaurita e aggressiva a immaginari turchi di Chicago.
Tutto però è un po’ già visto e spesso già raccontato, anche se vi è una certa spontaneità e onestà, in considerazione anche del fatto che le pretese non erano moltissime.
Ma forse il pubblico si è stancato di effetti speciali e kolossal con bambini maghi e signori degli anelli, ma “Il mio grosso e grasso matrimonio greco” non è la soluzione. E’ un film banale e scontato, con svariati momenti divertenti. Rivolgetevi ad altro se volete commedie gradevoli, magari anche un po’ acide. Prendete un vecchio film di Wilder, di Lubitsch, e, se volete sentirvi buoni fino in fondo, specialmente ora che il Natale di avvicina, di Capra.
E se non volete andare troppo lontano nel tempo c’è sempre “Quattro matrimoni e un funerale”.
Ma questa Briget Jones alla greca non ha lo stile della Zellwigger, e ve lo dice chi non ha amato la commedia alcolica di grande successo.
Tutto sommato però scorre, e qualche risata la strappa, magari a forza. E i titoli di testa del film sono parecchio divertenti, salvo che poi, appena finiscono, si comincia a sentire un po’ di noia. Il troppo folklore stride un po’ con una visione cosmopolita che ha consentito al film il successo incredibile e i momenti moralistici sono francamente irritanti.
Tutto ovviamente finisce bene, in un giusto ossequio alle regole del genere. Ma finisce fin troppo bene, con Ian (il ragazzo americano di Tula) finalmente convinto della forza taumaturgica del Vetrill (o di analogo prodotto per pulire i vetri).
L’indovina chi viene a cena del duemila è un prodotto strano, e il suo successo appare, se non assurdo, certamente eccessivo. Magie del nuovo millennio, molto simile a quello vecchio.
Letterina a Babbo Natale: Dov’è finito Truffaut? Se lo trovi, rimandacelo, abbiamo bisogno della sua poesia, del suo raccontare una storia d’amore. Nessuno è come lui oggi. Nessuno.

Voto: **



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