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Era mio padre
La strada verso la perdizione
Dall'autore di American Beuty
testo alternativo CATEGORIA: Film d'autore con concessioni al grande pubblico

Sarebbe veramente un peccato mortale raccontare la trama di questo film. Basti sapere che è un gangster movie atipico, senza il piglio epico alla Scorsese e senza il taglio barocco di De Palma.
E’ una storia di gangster raccontata attraverso gli occhi di un bambino di 12 anni, è la strada che porta alla perdizione. Road to perdition è il titolo originale del film, e sarebbe stato meglio fosse rimasto così. Era mio padre getta già un flash foward pesante sul proseguire del racconto, luce completamente diversa da quella dataci dal titolo originale. Perdition in inglese ha tre accezioni: la prima è letterale, e indica la perdizione, la seconda ha un senso teologia, ed indica la colpa e il castigo eterno, la dannazione. La terza è arcaica e indica la completa distruzione. Il titolo è dunque tre volte azzeccato. Le sei settimane che padre e figlio Sullivan trascorrono cercando una vendetta impossibile nel 1931, in piena epoca di proibizionismo, sono la strada che porta alla dannazione.
Ma il film è così denso che non basta un’etichetta a definirlo. E’ un film sulla malavita, certo. Su quella malavita religiosa a suo modo, a metà strada tra i cattolicissimi irlandesi e gli altrettanto credenti italiani, invischiati nella mafia di Al Capone. Ma è anche un romanzo di formazione, in cui il 12enne Michael Sullivan perderà per sempre l’innocenza, capendo però finalmente suo padre. E’ un road movie, sulla 6° Route, una della strade più famose d’america, strada del contrabbando e delle mafie. Ed è un pieno dramma familiare, in cui famiglie adottive e famiglie di sangue si confondono, e difficile è distinguere il sangue dal sentimento.
Sam Mendes viene da un fortunatissimo esordio come regista: il suo American Beuty ha sbancato Oscar e botteghini, imponendo alla critica un nuovo autore. Questo lo conferma alla grandissima, in un lungometraggio che piacerà di meno ma che è superiore a quell’opera prima. Un rigore morale della visione che non si vedeva dai tempi del fulminante esordio di Scorsese, una messa in scena pulita e grandiosa assolutamente personale, a volte ai limiti della maniera ma più spesso assolutamente perfetta. Una messa in scena fatta di inquadrature tenute lunghe, finché la scena le rende possibili, ma senza che queste sfocino in piani sequenza figli di un vuoto virtuosismo. Una serie di primi piani che sconvolgono vista l’assoluta bravura degli attori. E soprattutto un plot che si rivela a poco a poco, che non anticipa niente, che ci mostra il mondo con gli occhi di un bambino che scopre che la vita è troppo simile ai racconti di gangster che legge con passione.
In più il senso religioso è forte, difficile da dire se sia proprio del regista. Mendes non aveva mostrato particolare inclinazione alla moralità nel suo precedente lavoro. Ma in questo inserisce nel proprio stile le vite dei propri personaggi, rendendo ancor più vertiginoso il tutto, conferendo al film un alone di religiosità che è proprio della vita mafiosa americana tra gli irlandesi e gli italiani. E il tema del film è il più cristiano che si possa immaginare: il rapporto tra padre e figlio, tra un padre Dio e un figlio Gesù da sacrificare a malincuore, per salvare l’altro.
Certo queste descrizioni vi suoneranno un po’ oscure, ma dovete vedere questo film, e spero di incoraggiarvi a questo, non fosse altro che per gli attori. Newman è grande come non gli capitava da “Il colore dei soldi” (guarda caso un film di Scorsese), scosso e tremante e indeciso come il ruolo gli impone. Ma è Tom Hanks il grandissimo. Finalmente libero da personaggi comuni in situazioni eccezionali, finalmente libero dal gumpismo e reduce dal quel colossale buco nell’acqua che è stato Cast Away, da un magnifica interpretazione di un personaggio eccezionale in una situazione eccezionale, il romanticismo del suo ruolo lo trasforma in un titanico cane sciolto contro la mafia e i gangster. E quando gli improbabili baffetti iniziali si trasformano in una barba incolta il suo ruolo cresce e la sua interpretazione pure, a seguire le spire di un film dal quale lo spettatore non riesce più a staccarsi.
Se Mendes aveva perfettamente descritto le ossessioni e le perversioni sub urbane dell’America contemporanea attraverso gli occhi di un adolescente, ora riesce nel compito assai arduo di descrivere le stesse zone sub urbane, ma negli anni 30, e attraverso gli occhi di un bambino. Se American Beuty ha dominato la sua edizione degli Academy Awards, questo Road to Perdition merita altrettanto, e forse di più.

Voto: *** 1/2



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