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Emma, la tv, le donne
primissime considerazioni
Non più tardi di un mese fa, è stato firmato a Lisbona l’ennesimo trattato dell’Unione Europea.
Leggo, nel riassunto, che si tratta di un compromesso al quale sono giunti tutti gli Stati membri per poter garantire all’Unione Europea uno sviluppo coerente con le molteplici direzioni della modernità, dicitura che pare includere aspetti tecnici e organizzativi della UE stessa, una maggiore sicurezza interna, nonché una spinta verso lo sviluppo sociale e culturale dei cittadini.
Insomma, poter rendere più competitiva l’Europa.
In questo contesto si colloca un’intervista decisamente stimolante che ho trovato sul supplemento settimanale di Repubblica: il ministro delle politiche comunitarie, Mrs. Emma Bonino, a colloquio con una giornalista, viene interrogata su di una situazione emersa proprio durante la preparazione delle scartoffie per Lisbona.
Insomma, tra le varia analisi e statistiche, si scopre che l’Italia è il Paese più indietro per quel che riguarda l’occupazione della donna. Molto indietro, tant’è che dietro di noi c’è solo Malta.
Nulla di eccessivamente preoccupante, l’analisi va poi a sentimento, ma la cosa curiosa è che nei paesi più sviluppati e riconosciuti come tali, il tasso è sensibilmente più elevato. Comunque, questo dato, per quanto rilevante, non ci serve per arrivare dove stiamo andando; stampatevelo in testa, ma per il momento, ignoratelo.
Il ministro Bonino si dichiara insoddisfatto di questo mancato obbiettivo, e soprattutto cita una ricerca del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro ( www.cnel.it )che riguarda l’immagine della donna nei media. Centro.
Considerando l’intero panorama mediatico italiano, il Cnel scopre che le professioniste più interpellate in TV sono le astrologhe. E che le politiche, vera rarità nel Parlamento italiano, sono deliberatamente ignorate (non che mi dispiaccia, ma per parità dovrebbero almeno dare l’esempio ai loro riottosi colleghi maschi).
Inoltre, le figure che si associano alla presenza televisiva femminile sono tutte legate alla sfera domestica; ovviamente, ci sono anche i casi dove le quote rosa ci sono, anche se a volte attraverso modalità, ecco, come dire, più leggere.
Ad ogni modo, il ministro Bonino, fa notare un paio di elementi molto più interessanti di un po’ di dati incrociati: sottolinea che auspicherebbe un impegno da parte delle conduttrici a elevare il loro profilo pubblico (niente di nuovo), e allo stesso tempo accenna al ruolo della donna rappresentato nelle fiction di produzione nostrana. Interessante.
Perché nella fiction? Le risposte sono troppe, ma semplificando e frammentando, si può dire che quello che una volta era il caminetto delle case di campagna, e quelle che erano le storie raccolte, tramandate e riproposte, si riversano tutte in un formato narrativo che è la serie TV; in pratica, noi guardiamo e ci appassioniamo alla fiction perché ci racconta una storia, e allo stesso tempo ci descrive la realtà che ci circonda. Ci dice che c’è qualcuno che potrebbe fregarci, là fuori, o ci spiega come a volte ignoriamo realtà che sono a portata di mano; ovviamente, non tutte le fiction si comportano così, alcune sono semplicemente delle cavalcate pindariche nelle quali allo spettatore si chiede solo di partecipare. Comunque, il ruolo delle donne nelle fiction è indagato per questo, perché rispecchia idealmente la loro posizione nella società.
Il tema- che nell’intervista è stato solo leggermente abbozzato- mi ha tremendamente incuriosito, e per tentare di capire se effettivamente le cose stessero così, ho ripassato un po’ di fiction italiane.
Per prima cosa, cercando su Google “Donne fiction italia”, ho trovato un paio di articoli su mini serie che già avevo rimosso, vd. Il padre delle spose, Donna detective, e la trilogia della Ferilli, Angela, Matilde e Lucia.
Alle quali vanno aggiunte tutto quel malloppo di titoli che ci si ricorda normalmente solo quando si devono fare liste di brutture con gli amici, ovvero: Elisa di Rivombrosa e relativa figlia, Orgoglio, La dottoressa Giò, Valeria medico legale, Commesse, Il bello delle donne, Caterina e le sue figlie, Le ragazze di Piazza di Spagna, eccetera.
Dunque, che fare di tutto questo materiale? Allora, per prima cosa, si può provare a dividerlo in due mucchietti, così, per gioco, giusto per vedere se effettivamente il ministro ha ragione o se si sta aggiungendo un altro po’ di allarmismo sociale al già caliente clima di questi giorni.
Si potrebbe suddividerlo in fiction in costume e fiction contemporanee; la differenziazione è necessaria, non si potrebbe mai chiedere ad una donna del Settecento di comportarsi da suffragetta o da business woman, si deve contestualizzare.
Quindi, nelle serie in costume troveremo Elisa di Rivombrosa, Orgoglio, la figlia di Elisa di Rivombrosa e pochi altri esemplari; che donna propongono, a noi spettatori?
Una donna che non può determinare la sua vita perché ancora soggiogata da una società dichiaratamente patriarcale, da vincoli ed atteggiamenti che penalizzano la piena espressione di sé. In poche parole, si potrebbe azzardare a definirle “vittime degli altri”. Poi, negli sceneggiati che ci propongono, raramente sono totalmente vittime del loro prossimo, poiché determinate e combattive; resta però il fatto che siano limitate dal loro tempo e dalla loro società.
Nelle serie di ambientazione contemporanea invece- e mi vengono in mente tutte quelle fiction professionali dove si associa il nome al mestiere- i ruoli rappresentati sembrano essere un po’ troppo forzati. Mi spiego: ciò che tutte le donne hanno in comune è una professione sì che le realizza, quindi una capacità di esprimersi maggiore rispetto alle colleghe del passato, tuttavia, hanno qualche intoppo sociale; un marito fedifrago, un ex invadente, i figli che le odiano perché non passano tempo con loro, e via dicendo.
Come se, per essere le professioniste che sono, avessero sacrificato tutto quello che viene considerato importante per una donna realizzata socialmente: casa, marito, figli. O perlomeno, questo è il messaggio che sembra passare.
Questa non è sicuramente un’analisi approfondita, e non pretende di essere esaustiva, diciamo piuttosto un input; il ministro forse ha torto, forse no.
Resta però che ad uno sguardo superficiale tutto torna…Insomma, il dubbio c’è, sta solo a noi essere attenti e critici e tentare di capire se questi sono solo, e tristemente, i miei articolati vagheggiamenti post-natalizi.


Per ogni opinione, idea, critica:contact


Elena Mattioli
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