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Università in disarmo?
Soldi & ricerca scientifica
Un premio nobel lancia una proposta

da "Il Corriere della sera" - dicembre 2002

Il fisico di origine italiana è stato premiato ieri a Stoccolma da re Gustavo di Svezia. «Senza finanziamenti non c’è crescita, siamo un Paese che non guarda al futuro»

Il Nobel Giacconi: «La soluzione? Separare l’università e la ricerca»

DAL NOSTRO INVIATO
STOCCOLMA - E’ un Premio Nobel per la fisica simbolo di un’Italia che non vuol crescere, quello consegnato ieri da re Gustavo di Svezia a Riccardo Giacconi, nato a Genova, laureato a Milano e ora cittadino americano. Un’Italia che per la prima volta nella sua storia vede i rettori delle università compiere un gesto clamoroso rassegnando le dimissioni per protestare contro i tagli alla ricerca. Il professor Giacconi dopo la laurea in fisica all’Università di Milano decise di andare negli Stati Uniti «perché là avevo un muro per dipingere», come dice lui stesso per spiegare che uno scienziato va dove gli permettono di lavorare. Era il 1954, il nostro Paese aveva ancora le ferite della guerra e il boom economico era lontano. Una scelta quasi obbligata per un cervello con idee e voglia di fare. E’ passato quasi mezzo secolo e oggi come allora l’Italia non trova i soldi per la ricerca e i cervelli continuano ad andarsene.
Professor Giacconi, che cosa pensa di ciò che accade nella sua Italia lasciata per sempre?
«Il gesto dei rettori è pesante perché significa che ci si rende conto della gravità della situazione. Un Paese che oltre a essere in coda all’Europa non vuol spendere nella ricerca, quando la maggioranza delle nazioni sviluppate aumenta invece gli stanziamenti, vuol dire che non guarda al futuro. Oggi la competizione internazionale è fortissima e se non c’è ricerca, non c’è crescita».
Ma il sistema italiano è in grado di competere?
«Una cosa sarebbe da cambiare: i soldi per la ricerca bisogna darli ai ricercatori e quelli per la formazione all’Università. Sono mondi diversi nei ruoli e nei compiti e quindi è preferibile, e certamente più utile, che siano divisi. Altrimenti si creano ambiguità che non aiutano nessuno».
Professore, oggi il numero degli studenti che si iscrivono alle facoltà scientifiche negli Stati Uniti e in Europa è in continua discesa. La scienza non affascina più?
«Purtroppo è vero. I giovani cercano maggiori soddisfazioni a partire da quelle economiche, e quindi preferiscono lavori più redditizi. Ma forse sono anche delusi dal fatto che in alcuni casi vedono la scienza retta più da politici che da grandi scienziati, e perché notano una maggiore spinta verso la tecnologia e le applicazioni pratiche».
Nonostante le grandi scoperte e un mondo quotidiano sempre più intriso di scienza cresce nella società l’adesione alla falsa scienza, al paranormale, all’esoterico...
«E’ un fenomeno culturale preoccupante che probabilmente nasce proprio come risposta ai grandi passi compiuti dalla ricerca. La stessa rinascita del fondamentalismo rientra in questa dimensione. La gente crede nei miracoli e io ne sono terrorizzato perché chi abbandona la fiducia nella razionalità perde i suoi punti di riferimento. E può accadere ogni cosa».
Professore, le hanno assegnato il Nobel per la fisica perché ci ha mostrato un cielo diverso. Che cosa significa la sua scoperta?
«L’aver trovato i raggi X lanciati dalla materia al di fuori del sistema solare ci ha rivelato un mondo che ignoravamo. Da quando negli anni Sessanta con un razzo scoprii la prima sorgente cosmica di questa radiazione abbiamo capito come l’universo assomigli sempre di più a una spugna con ammassi di galassie e filamenti di gas e materia che riempiono i grandi spazi interstellari. Inoltre la presenza di questa radiazione ci dimostra che in Natura il buon Dio ha provveduto perché tutto dipendesse dalle alte energie, da cui scaturiscono appunto i raggi X, e come i fenomeni capaci di governare il destino dell’universo siano brevi e violenti e non frutto di una lenta evoluzione».
Quando frequentava fisica all’Università di Milano, sognava di conquistare un Nobel?
«Neanche per idea. A scuola sono sempre stato scostante, indisciplinato. Non ero una cima, un buono studente, anche se poi riuscivo sempre a cavarmela. Ma mi resi conto che era importante la creatività, l’intuizione, pensare dieci anni avanti».
Sua madre amava la scienza e insegnava matematica. Quanto ha influenzato le sue scelte?
«Voleva che facessi l’ingegnere ma non mi piacevano i bulloni. Ero invece attratto dall’architettura, però mi resi conto che non sapevo disegnare. In quegli anni si parlava molto di energia atomica e così mi iscrissi a fisica».
E sua madre ora che cosa direbbe a vederla con in mano il Premio Nobel?
«Mi dispiace che non sia qui; sarebbe felice ma sono sicuro che mi chiederebbe: perché non due? Non era mai soddisfatta».

Giovanni Caprara
Corriere della Sera - Interni

a.z.



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