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Sognando Beckham
Sogni di un'ala destra indiana
Nuovo cinema etnico
testo alternativo CATEGORIA: Flatline

Film inglese a bassissimo costo questo Sognando Beckham è un po’ la risposta europea a “Il mio grosso grasso matrimonio greco”. Qui la protagonista indiana vuole fare la calciatrice e potersi innamorare di un ragazzo che indiano non sia. La sua battaglia contro l’ostilità della famiglia è dura e lunga, a volte spassosa a volte noiosa. Nasconderà a lungo le sue passioni, quella per il calcio e quella per l’allenatore irlandese della sua squadra di calciatrici. Litigherà con la migliore amica, un’inglese purosangue con la madre alla moda e il padre che la incoraggia nel calcio. Ma alla fine tutto andrà per il verso giusto.

Il film è divertente come sembra, cioè poco o nulla. E per una commedia questo conta. Il regista non spinge mai sul pedale dell’assurdo, lasciando in sospeso temi e elementi narrativi che potevano dare piacere allo spettatore. Rimane un matrimonio indiano pallido e scialbo, con una musica francamente irritante, un misto di folklore e reggamuffin (non stiamo scherzando) in lingua. E il ricordo fugge verso un grande matrimonio indiano rappresentato in maniera recente. Pensiamo infatti a quella meravigliosa pop art de “I Simpson”, magnifica serie televisiva capace di divertire intelligentemente, con un Homer travestito da divinità asiatica in una sequenza più incisiva di tutto quanto questo film.
Insomma un Piccole donne crescono in chiave etnica, oggi tanto alla moda. In più Beckham, presente nella sequenza finale, a indicare che il mito della giovane ragazza non è più il dio di turno o il matrimonio fortunato. E’ invece il successo dato dall’impegno e dalla volontà di giocarsi le proprie carte.
Dire che gli attori sono in parte sarebbe fuori luogo. Ma sono adatti, vista la loro perfetta inespressività, ad un copione che latita in maniera plateale, lasciando scorrere la storia sempre uguale e ripetendo le scene identiche l’una dopo l’altra. Amore e odio, litigi e riconciliazioni tra la ragazza e la famiglia, stancano dopo una mezz’oretta, durata tipica della situation commedy, genere a cui questo prodotto si apparenta.
Poco altro da dire per un lavoro che non appassionerà nemmeno le poche ragazzine alle quali è rivolto. Se le tensioni sessuali che potevano percorrere il film si fossero attualizzate potevamo parlarne diversamente, ma non è così. La sessualità imperfetta dei protagonisti è lasciata in secondo piano, usata da facile giochetto per battute scontate. In più le scene di calcio sono tra le peggiori scene sportive mai girate, niente a che vedere con la rovesciata di Pelè in “Fuga per la Vittoria” o con la magnificenza del basket raccontata da Spike Lee in “He Got Game”.

Insomma, vi lasciamo con una recensione più corta del solito, non abbiamo più niente da dire su questo lungometraggio, se non sconsigliarvelo. Magari non in assoluto, in buona compagnia ci si può anche divertire, ma ci si diverte alla spalle del film e non grazie ad esso.

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