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Sogni e delitti
Il denaro ovvero ciò di cui sono fatti i soldi
Allen ritorna con un nuovo racconto morale sulla colpa
locandina del film Sogni e delittiSogni e delitti, ultima fatica di Woody Allen, nonché capitolo conclusivo di una ideale trilogia londinese cominciata con Match Point e proseguita con Scoop!, è stato presentato alla scorsa edizione del festival di Venezia. L’accoglienza della critica è stata nel complesso piuttosto tiepida, se non, in alcuni casi, apertamente impietosa.
In sostanza ciò che si rimprovera ad Allen è di essersi mantenuto entro le coordinate tematiche di Match Point –quelle quindi di un racconto morale sulla tema della colpa e del libero arbitrio – senza però riuscire ad eguagliare la buona riuscita di quest’ultimo, e di aver confezionato unicamente un esercizio di stile, magari arguto ma nulla più. A Sogni e delitti mancherebbe insomma quello stesso tocco di “classe, allure e genio” (per usare qualche termine usato genericamente dalla critica) che aveva fatto gridare al miracolo nel caso di Match Point.
È poi vero questo? A ben vedere Match Point non è stato un capolavoro (una definizione questa sempre comunque pericolosa è di cui forse bisognerebbe sbarazzarsi) né mi pare sia destinato col tempo ad essere trasfigurato in questo ingombrante concetto. Viceversa Sogni e delitti, per quanto più scarno e decisamente meno accattivante, risulta un film ancor più denso, doloroso e crudele. Il confronto con l’opera precedente è in qualche modo obbligato, ma non va ridotto certo solo in termini qualitativi. Si dice che un autore altro non faccia che realizzare sempre la stessa opera, ma il rapporto tra Sogni e delitti e Match Point è più che altro un rapporto di complementarietà. Match Point raccontava di una colpa che non veniva né scoperta né espiata, e la sua consapevolezza rimaneva confinata alla sola interiorità del protagonista, Chris. Il bellissimo finale non suggeriva più di tante risposte sulla capacità di Chris di sopravvivere a un simile fardello, ma un’idea che indubbiamente comunicava era anche quella della possibilità per l’uomo colpevole di sfuggire ad una giustizia umana e imperfetta (la giustizia divina era data fin da subito come inesistente).
In Sogni e delitti Allen riprende le fila del discorso iniziato nel primo capitolo londinese e ci mostra invece cosa accade all’uomo che ha scelto deliberatamente il male quando si sente braccato ancor prima che dalla legge da se stesso, dal suo senso di colpa. E ci mostra anche cosa accade invece all’uomo che – similmente forse a Chris – si macchia le mani, ma riesce a dimenticarsi dello sporco e a sopravvivere senza nemmeno troppi travagli. Una possibilità quest’ultima quanto mai “sgradevole”, ma pienamente confermata dalla quasi totalità delle vicende umane.
Questa volta i toni non sono più quelli accattivanti del melò appassionato come per Match Point, men che meno sono quelli lievi e umoristici della commedia Scoop!. Lo preannuncia già il bel titolo originale dell’opera, Cassandra’s dream, infaustamente sostituito nell’edizione italiana con il nient’affatto evocativo e anonimo Sogni e delitti. Cassandra’s dream è sia il nome della barca dei due fratelli protagonisti, primo emblema delle loro velleità di vita alto-borghese, ma è anche e soprattutto un richiamo all’antico mito greco della sacerdotessa che non poteva essere creduta, e come tale anticipa un clima da tragedia. E difatti il regista newyorkese si serve qui al massimo grado del registro tragico, senza alcuna concessione al qualsivoglia espediente consolatorio.

Terry e Ian sono due fratelli della working-class londinese. A legarli oltre che una forte complicità, vi è la comune angustia per le loro scarse risorse finanziarie e la loro cattiva riuscita sociale. Lo scenario urbano in cui vivono non è più quello della città colta e chic (come tipico delle ambientazioni alleniane), bensì quello della metropoli un po’ grigia e plumbea in cui si lavora per sbarcare il lunario. Il bonario Terry (un Colin Farlell in stato di grazia) fa il meccanico e ha come sua più grande ricchezza l’amore incondizionato e materno della sua tenera seppur ruspante fidanzata Kate. A minare però la tranquillità della sua vita ci sono due “brutte”passioni: quella sfrenata per il gioco d’azzardo e quella per whisky e farmaci. Ian (Ewan McCregor) invece, dotato di un animo ben più ambizioso e opportunista del fratello, è costretto ad affiancare il padre nella gestione del ristorante di famiglia. Nonostante questo scialbo impiego ben lontano dai partiti a cui aspira, Ian tenta di offrire esteriormente l’immagine del playboy danarioso e di successo. A fomentare la frustrazione dei due fratelli concorrono poi i continui rimproveri dei genitori insoddisfatti della loro riuscita, ma soprattutto la fama della favolosa carriera e ricchezza conseguita da Howard, il loro “zio d’America”. La situazione stagnante in cui brancolano questi due giovanotti precipita allorquando Terry contrae un forte debito di gioco e si mette nella mani di strozzini, mentre Ian incontra e s’innamora perdutamente di Angela (la scoperta Hayley Atwell), una volubile attricetta molto attenta al soldo a cui lui ha fatto credere di essere uno yuppy ben avviato negli affari. Proprio nel momento in cui la necessità di denaro diviene più urgente e angosciosa che mai, i due ragazzi ricevono una fatale visita da zio Howard, che già in passato si era comportato più volte da benefattore nei loro riguardi. Questa volta però lo zio è disposto a sostenerli economicamente solo a patto che Ian e Terry lo ricompensino facendo fuori un suo collega che ha intenzione di testimoniare in un imminente processo contro di lui. Nonostante l’iniziale sorpresa per la richiesta mista a sgomento e indignazione, i due fratelli finiranno per accettare questo patto sanguinario. Diversamente a quanto succedeva in Match Point all’improvvisato omicida Chris, Terry e Ian sono più fortunati e riescono a portare a termine quello che almeno tecnicamente sembra un delitto perfetto. Senonchè mentre Ian riesce con una notevole dose di cinismo a prendere le distanze dalla colpa commessa e a darsi una giustificazione pretestuosa, il fragile Terry sprofonda nella disperazione di chi sa di aver “alterato un equilibrio” e di essere venuto meno “alla legge di Dio”. Il giovane finisce quindi per proporre al fratello di andare a costituirsi. La profonda unione fra i due fratelli si sgretola, e zio Howard incita addirittura Ian a eliminare anche Terry. L’ultima parola spetterà al destino e alla sue beffe, ma inutile dire che il film nella seconda parte corre precipitosamente verso la morte e la sconfitta di tutti i contendenti: sia di chi voleva espiare sia di chi voleva cavarsela alla bell’e meglio. Si può fare qualche obiezione forse sulla tenuta del ritmo narrativo di questa seconda parte, ma è indubbio che la tragedia di questi moderni Caino e Abele comunica allo spettatore una sofferenza e un pessimismo a autentici di cui difficilmente ci si libera una volta usciti dalla sala. Anche perché Ian e Terry non sono poi tanto peggiori dell’umanità che li affianca. Non sono in fondo tanto più cattivi, mediocri, arrivisti dei loro genitori disillusi e lamentosi, o del loro diabolico zietto, paradigma dell’uomo di successo, o peggio dei genitori di Angela che non vogliono che “un morto di fame” si accompagni alla figlia.
Il denaro ancor più di quanto si percepiva in Match Point si rivela in Sogni e delitti come la vera materia con cui gli "uomini senza qualità" occidentali tentano di costruire i loro sogni. Non è una novità, ma il pessimismo dolente con cui Woody la indaga è ben lontano dall’oziosità dell’esercizio di stile.

Tit. or.: Cassandra’s dream.
Regia: Woody Allen.
Sceneggiatura: Woody Allen.
Cast: Ewan McGregor, Colin Farell, Tom Wilkinson, Hayley Atwell, Sally Hawkins.
Direttore della fotografia: Vilmos Zsigmond.
Colonna sonora: Philip Glass.
Orig.: USA/Gran Bretagna.
Anno: 2007.
Durata: 108’.
Diletta Pavesi
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