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JOHN RAMBO
Vivere per niente o morire per qualcosa
Sylvester Stallone
locandina ramboPer me l’uscita di questo film possiede molto valore, vista la mia ammirazione per Sylvester Stallone, che dopo averci regalato un bel finale per il grande Rocky, torna questa volta nelle vesti dell’altro personaggio che lo ha reso famoso. John Rambo.
Il primo Rambo risale al 1982 e venne diretto da Ted Kotcheff. E’ sicuramente il più riuscito, in quanto ha fatto decollare una leggenda cinematografica che continua a durare nel tempo. I successivi due capitoli invece, di cui è sceneggiatore Sly, almeno in parte, sono film d’azione soprattutto per appassionati, che non mancano di spazientire chi vede di cattivo occhio le esagerazioni (e ne sono purtroppo davvero pieni). Che piaccia o no, non bisogna scordare che è il personaggio stesso a portare con sé delle forzature, ma è semplicemente nato così, è un personaggio cinematografico diventato famosissimo proprio per questo motivo.
Quest’ultimo capitolo è diverso perché, non solo sceneggiato, ma anche diretto da Stallone stesso, che a mio avviso ha svolto un buon lavoro.
Il film inizia con degli avvisi riguardanti la proiezione, o per meglio dire, riguardanti le forti scene d’impatto emotivo a cui si assisterà. E’ un concetto che vuole, giustamente, essere sottolineato dall’inizio, e che viene rimarcato da immagini documentaristiche su ciò che avviene tutt’oggi in Birmania. La guerra civile più lunga della storia. Qualcosa di incredibilmente vicino a un genocidio. Le scene sono davvero forti. L’esercito birmano non ha scrupoli nell’uccidere civili innocenti, anche per puro divertimento. Senza questi avvisi, qualcuno avrebbe trovato le scene del film esagerate, come ci aveva abituato negli anni passati, in realtà non è nulla in confronto a quel che avviene quotidianamente in quella terra. Stallone questa volta vuole andare oltre, vuole una riflessione, vuole fornire uno spunto sociale, rendere visibile una realtà che rimane ancora nascosta dagli interessi che ci sono alla base.
Siano a cavallo tra la Tailandia e la Birmania, John Rambo ha un volto malinconico e sofferente, vive cacciando serpenti, spostandosi con un’imbarcazione per i fiumi della pericolosa zona. Un gruppo di missionari gli chiede aiuto: vogliono arrivare presso alcuni villaggi birmani, e fornire assistenza medica ai bisognosi. Un Rambo inizialmente cinico, tenta invano di scoraggiarli, ma in particolare una ragazza di nome Sarah, fa di tutto per fargli cambiare idea. Lo sappiamo ha il cuore tenero, e così risale il fiume per loro (anzi per lei, perché un missionario in particolare è piuttosto fastidioso), rischiando la vita nell’affrontare i pirati birmani (dobbiamo riconoscere la nobiltà dei disarmati missionari che vivono per il prossimo). Dopo aver raggiunto la destinazione si separano, il gruppo arriverà al villaggio e aiuterà i numerosi feriti, mentre John riflette sulla sua vita e sulle sue azioni, scoraggiato dal male che continua a dilagare nel mondo nonostante tutto, avvilito dalle persone che ha dovuto uccidere, sia per il suo paese, sia per lui, ma l’uccidere per non essere ucciso, è una regola che vale, una regola accettabile, perché se si arriva a quel punto, vuol dire che dietro c’è qualcosa di sbagliato, ed è superfluo dirlo (se ne accorgerà anche uno dei missionari). E’ renitente ad usare di nuovo la violenza, ma Rambo è un guerriero, è nato per quello, ha la guerra nel sangue, sa chi è, sa che deve fare qualcosa per aiutare. Vivere per niente o morire per qualcosa.
Il villaggio è assalito dagli spietati soldati, i missionari sono fatti prigionieri, mentre tutto il resto del villaggio viene massacrato, decapitato e impiccato. I corpi lasciati nel fango come monito.
Avvisato dell’accaduto e messo insieme un esercito di (arroganti) mercenari, Rambo si addentrerà nella tana del lupo per liberare i prigionieri. Una volta riuscita l’impresa (questo è scontato) e riconquistata un po’ di forza dalla stanchezza e dalla vecchiaia che sembravano avvolgendo, il finale lo vede di ritorno a casa, nella sua patria natia, nella fattoria del padre, lasciandosi alle spalle il burrascoso passato, composto soprattutto di sofferenze.immagine dal film rambo

Tra le scene violente ed esplicite, mettiamo anche quelle in cui i soldati birmani vengono uccisi, trovo a volte più esplicite del necessario, ma è anche vero che se si sceglie la “via” realista, lo si deve fare fino in fondo a costo di sembrare eccedenti.
La colonna sonora e certi effetti, mantengono sempre vigile e teso lo spettatore; la fotografia è questa volta, rispetto ai precedenti film, molto più sobria e realista, per ovvi motivi.
Per appena un’ora e mezza, ritroviamo uno Stallone con ancora un fisico possente all’età di 62 anni, l’espressione di sofferenza è quella inconfondibile di sempre, quella che mantiene forza e intensità, nonostante, sempre, un fondo di dolcezza e bontà. Un film non solo per i nostalgici, ma per tutti quelli che vogliono scoprire o riscoprire un pezzo di cinema, in un buon film d’azione che cerca di coinvolgere e dare spunti per un futuro di pace.
Massimiliano Uccellatori
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