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Sweeney Todd
Arriva l'ultima fatica di Burton, ma qualcosa non convince
Tim Burton tra vendetta, sangue e canzoni
locandina del film Sweeney ToddTutti si meritano di morire. In una Londra livida e fumosa, come quella a cui ci hanno abituati i romanzi di Dickens, dove le locandiere farciscono le loro torte con carne umana, gli orfanelli vengono mandati al patibolo per un nonnulla, e i malati di mente sono ridotti a schiavi tutti si meritano davvero di morire. Sulla base di questo delirante e desolato assioma Sweeney Todd, ultimo eroe dark scaturito fuori dall’universo di Tim Burton, si erge a giustiziere e intraprende una lunga carneficina a cui nessuno sfugge. I suoi rasoi da innocui strumenti per la rasatura si trasformano in armi diaboliche pronte a recidere una gola dopo l’altra, sempre più indistintamente, sempre più sotto l’effetto di una mostruosa coazione a ripetere. Il punto di partenza è dapprima quello della vendetta personale: ingiustamente accusato di omicidio dall’invidioso e perverso giudice Turpin che vuole sottrargli la splendida moglie e la figlioletta, Benjamin Burke, un mite barbiere di Fleet Street, viene esiliato da Londra. Vi fa ritorno quindici anni dopo profondamente cambiato nell’aspetto e protetto dal nuovo nome di Sweeney Todd, ma ancora intenzionato a svolgere l’attività di barbiere nella sua vecchia bottega in Fleet Street. All’obbiettivo di vendicarsi di coloro che hanno causato la rovina sua e della sua famiglia, subentra ben presto una furia omicida generalizzata che colpisce alla cieca tutti i suoi sventurati clienti. Ad aiutarlo nella sua crociata sanguinaria c’è Mrs. Lovett, cuoca di non troppo successo che capisce presto come impiegare utilmente i corpi delle vittime e che spera, tra un pasticcio di carne umana e l’altro, di riuscire a conquistare l’inaccessibile cuore di Todd.
Arrivato al suo tredicesimo lungometraggio, Tim Burton riprende le atmosfere gotiche e pervase di humor nero tipiche di buona parte del suo cinema. I toni sono un po’ quelli di Il Mistero di Sleepy Hollow e de La Sposa Cadavere ma senza alcuna traccia di giocosità. Al contrario, il pessimismo che si respira in Sweeney Todd, questa grottesca fiaba morale sulla vendetta, fa quasi pensare al teatro Skakesperiano. L’ansia di vendetta si traduce progressivamente, nel corso del film, in cecità. Così ottenebrato, il diabolico barbiere di Fleet Street arriva in fondo a perdere di vista la sua stessa missione originaria e anche la verità. Come tipico della tragedia, l’agnizione è negata o resa possibile solo quando è troppo tardi: l’adorata moglie viene riconosciuta un attimo dopo che il marito le ha inferto un colpo mortale, mentre con la figlia non ci sarà riconoscimento alcuno e solo per un soffio Sweeney non ucciderà anche lei.
Ma Sweeney Todd, oltre che tragedia, è anche un musical. Il punto di partenza di Burton è stato infatti un omonimo musical degli anni Settanta di Stephen Sondheim, il quale a sua volta si era ispirato a una reale vicenda di cronaca nera (da collocarsi però nel Settecento e non nell’Ottocento, come suggerisce il film). Musiche e canzoni, per la verità non proprio memorabili, assumono nel tessuto filmico la funzione di monologhi e soliloqui. Momenti di stasi narrativa in cui gli umori, i sentimenti segreti dei personaggi hanno la possibilità di rivelarsi allo spettatore. Solo allo spettatore però, dal momento che un’autentica comunicazione tra i vari protagonisti della vicenda è del tutto assente. Emblematico di quest’incomunicabilità è sicuramente il rapporto tra Sweeney Todd e Mrs. Lovett. Lei, vanamente innamorata di lui, vulnerabile in questo suo trasporto infantile, ma anche bugiarda, cinica e amorale, lui inaccessibile, gelido, perennemente concentrato su di sé e il suo piano. È proprio nel talento degli interpreti a mettere in scena questi alterchi che il film fa la sua fortuna. Johnny Depp, da sempre attore feticcio di Burton, sembra qui dar vita a una versione tossica e distorta dell’indimenticabile intagliatore di ghiaccio di Edward mani di forbice e della sua innaturale mitezza. Inoltre, al di là dell’ormai riconosciuta predisposizione a incarnare anime freak, Depp si mostra perfettamente a suo agio anche nel canto. Non da meno è Helena Bonham Carter, che vestita di splendidi costumi già premiati con l’Oscar e forte di un timbro vocale mellifluo e perverso al punto giusto, incarna una splendida Mrs. Lovett. E il discorso, del resto, lo si potrebbe estendere a tutti gli altri personaggi secondari: il frizzante cammeo di Sacha Baron Cohen nei panni di un finto barbiere italiano, la tenera interpretazione del giovanissimo Ed Sanders nel ruolo del trovatello Toby, e ancora Thimoty Spall assolutamente magistrale nelle vesti del viscido tirapiedi di Turpin.
Sullo sfondo di questi pezzi di bravura attoriale, vi è la regia vorticosa di un Tim Burton che qui sembra fare più che mai ciò che ci si aspetta dalla sua firma autoriale. Costumi, scenari, atmosfere, movimenti di macchina tutti perfettamente in linea con quello che è ormai universalmente riconosciuto come il suo originalissimo stile “gotico-umoristico”. Il virtuosismo è indubbio da qualunque angolazione si guardi il film e il rischio di annoiarsi – per molti abbastanza probabile nei musical – è scongiurato, eppure qualche dubbio sulla reale “necessità” di quest'opera rimane. A visione conclusa è un po’ questa la sensazione. Come se un simile dispiego di mezzi e talento non fosse poi alla fin fine destinato a lasciare gran traccia, ma solo a farsi un ammirare giusto il tempo della visione. Forse di una sensazione appunto si tratta, difficile anche da definire. “Tim Burton fa troppo Tim Burton”: forse il problema si può tentare di riassumerlo così.

Sweeney Todd (Id., 2008).
Regia: Tim Burton
Basato su un omonimo musical di Stephen Sondheim
Cast: Johnny Depp, Helena Bonham Carter, Ed Sanders, Thimoty Spall.
USA
Diletta Pavesi
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