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Il Divo
A guardarlo non te lo aspetti
locandina de Il DivoHo visto questo film per soddisfare alcune curiosità: quella di vedere un film italiano di un buon regista nazionale, quella di vederlo perché vittorioso al Festival di Cannes, e per l’interesse di capire qualcosa di più su un certo periodo della nostra storia tricolore, a proposito di un particolare mondo (quello controverso della nostra politica), e per comprendere meglio una figura che ai nostri giovani occhi sembra tanto strana. Ovvero quella di Giulio Andreotti (il film è ispirato a lui) di cui non ho mai saputo molto. Ma mi incuriosiva…sapevo che era stato incriminato perché probabilmente legato alla mafia e che era stato più di una volta Presidente del Consiglio, ma non molto altro. Vedevo questa esile figura dalle orecchie storte, gobbo, dalla voce inconfondibile, ogni tanto in televisione, o come comparsa cameo nel film di Alberto Sordi “Il tassinaro”. Basta. Non me n’era mai importato più di tanto. Sapevo che non era certo da elencare tra i miti o gli eroi della politica italiana.
Però alle presentazioni del film, avevo intuito potesse essere una bella pellicola da vedere, che poteva risultare interessante anche per i giovani, che di solito snobbano film con temi politici (in effetti gli incassi non sono stati alti).
Non sapevo che il divo fosse uno dei soprannomi di Andreotti all’epoca d’oro in cui divenne Presidente del Consiglio ben sette volte. Il regista in effetti lo fa sembrare proprio un divo per tutta la durata del film, uno freddo, con le sue manie, i suoi segreti, i suoi vizi, mentre si fa la barba e si atteggia come un boss attorno agli altri, più ignoranti, colleghi del suo governo e uno dal quale bisogna guardarsi bene le spalle. Ecco che subito stona la visione che io avevo del gobbo politico, con quella di un divo, eppure i suoi modi, il suo stile, la sua eleganza, la sua ironia e la brillante intelligenza, lo riconducono proprio a questo tipo di apparenza, che dopo poco tempo della visione ci sembra invece normale e adatta a lui.
Il film racconta una parte della esistenza del senatore a vita, più precisamente da quando diventa presidente la settima e ultima volta nel 1992, fino al processo per associazione mafiosa. Numerosi sono gli eventi, le situazioni ed i personaggi chiamati in causa. Da Aldo Moro (la cui morte sembra perseguitarlo e tormentarlo), a Totò Riina, all’enorme archivio personale di Andreotti, alla sua mancata elezione per diventare Presidente della Repubblica, alle sue responsabilità negli omicidi di diverse persone, al giuramento per la mafia con ago e sangue, e tanti altri ancora. Riusciamo a farci un quadro piuttosto completo di un periodo e di un personaggio tanto oscuri, se pur dobbiamo sempre tenere a mente che si tratta di una versione romanzata e quindi non sempre da prendere alla lettera, ma ovviamente le colpe di Andreotti (che non è mai stato “incastrato”, quindi sempre assolto) sono note tanto quanto chiare. Una persona che ha dato tutto, ricorrendo ad ogni mezzo possibile, per la conquista del potere e che aveva una sola persona che credeva ciecamente in lui: la moglie.
La colonna sonora e gli effetti, sonori e grafici, rendono appassionante questo film di Paolo Sorrentino, che ha davvero fatto un ottimo lavoro, ne sono rimasto colpito. L’attore che dà forma e sembianza ad Andreotti è Toni Servillo, che attraverso ore di make-up riesce a raggiungere una notevole somiglianza col vero Giulio, somiglianza anche più marcata se si considera l’impostazione della voce che è riuscito a raggiungere, ma senza scordare l’immedesimazione interiore e psicologica. Piccola parentesi: bravo Servillo nell’interpretazione nulla da dire, ma tra il trucco e il suo personaggio che per forza di cose deve essere quasi inespressivo, sempre calmo e freddo (tranne in qualche passaggio), mi fa gioire che il premio prix d’interprétation masculine sia stato conferito a Benicio Del Toro per l’interpretazione fornita al “Che” di Soderbergh all’ultimo Festival di Cannes.
Cinema History: “Il Divo” vince il premio della giuria (presieduta da Sean Penn), al Festival di Cannes 2008, facendo doppietta con il Grand Prix assegnato a “Gomorra” di Matteo Garrone (ispirato al romanzo “Gomorra” di Roberto Saviano). Parlando del ritorno del cinema politico italiano, non si può non ricordare che Sorrentino aveva alle spalle grandi nomi di altri grandi registi al quale ispirarsi, nomi come Francesco Rosi ed Elio Petri che nel 1972 furono ex aequo per la Palma d’Oro rispettivamente con “Il caso Mattei” e “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”. L’ultima Palma d’Oro risale invece al 2001 con quella assegnata a Nanni Moretti per “La stanza del figlio”.
Massimiliano Uccellatori
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