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Tattoo
Il cinema europeo sfida il cinema statunitense sul campo dell'intrattenimento
Il
testo alternativo CATEGORIA: Film da grande pubblico, con stile

Mark è appena entrato nella polizia tedesca. Non è il tipico poliziotto: adora i rave party e le pasticche di ecstasy. L’incarico per cui ha fatto richiesta è legato all’informatica e a internet, viene invece assegnato alla squadra dell’uomo più rude e violento di tutto il dipartimento. Per quale motivo il capitano lo ha voluto con sé? Il suo primo incarico arriva molto presto: una serie di morti sospette, ai cadaveri in alcuni punti è stata asportata chirurgicamente la pelle.

Robert Schwentke è un giovane regista tedesco, al suo esordio con questa pellicola. In patria ha già fatto parlare molto bene di sé, al punto da essere considerato in grado di sfidare gli Statunitensi sul loro terreno preferito: il cinema d’intrattenimento.
La Francia come molti sanno ha da tempo trovato i suoi paladini in questo campo: Besson, Kassovitz, Gans e Kounen. Del primo, “Giovanna D’Arco”( e precedentemente l’ancora più spettacolare “Il Quinto elemento”) ha dimostrato la capacità di divorare il box-office del continente di appartenenza, nonostante i pareri negativi della critica. Kassovitz, dopo il bellissimo esordio con il toccante”L’odio”, ha dichiaratamente deciso di dedicarsi ad un cinema da alto budget e alti incassi: il suo “I fiumi di porpora” garantisce un’ora e mezza di suspance “colta” e ben diretta, peccato che coli a picco nella parte finale. Gans invece è il creatore della “Sindrome da Fiumi di Porpora”: dal nome del suo film, la citiamo in tutte le recensioni che parlano di colpi di scena telefonati(nonché spiegati allo spettatore per il successivo quarto d’ora), per sottolineare la diffusione sempre crescente di questo morbo nel cinema contemporaneo. Kounen è il regista di “Dobermann”, la cui idea migliore è stata quella di far recitare alla Bellucci il ruolo di una muta. Di lui è da un po’ che abbiamo perso le tracce, almeno qui in Italia.
Come avrete capito, a noi questo tentativo di scavalcamento sul piano del puro spettacolo non sembra ancora perfettamente riuscito, anzi. Ma non è certo un buon motivo per smettere di provare. In fondo, gli incassi sono incoraggianti. E speriamo davvero che l’idea di riprovare con il cinema di genere venga anche a qualcuno nel nostro paese.

Questo “Tattoo” può essere considerato un passo avanti nella sfida, ma anche un passo indietro. Si tratta certamente di un film migliore di quelli nominati fino ad ora: non affonda nel finale, non crolla nel ridicolo per i dialoghi, non delude dal punto di vista estetico. Inoltre, la coppia di protagonisti è decisamente gustosa: uno sensibile e decisamente fuori dagli schemi, l’altro fascistoide e inquietante.
Il passo indietro di cui parlavamo prima è da riferirsi alla mancanza di coraggio della pellicola. Senza dubbio i suoi ambiziosi colleghi avevano sbagliato anche per la scelta di dare comunque un tocco di originalità europea alle loro incursioni nel territorio nemico. Schwentke è molto attento ai meccanismi della suspance, al montaggio e soprattutto alla fotografia, che garantisce al film una resa visiva realmente “da cinema americano”. Il problema è che ha preso un punto di riferimento davvero troppo facilmente riconoscibile. Il suo film è una specie di “Seven” tedesco. Prendi un grande film, copiane l’estetica e i temi quasi perfettamente, ma fallisci anche di poco nel replicarne l’efficacia nell’originale, e ti ritroverai con una pellicola appena passabile.
E diciamo subito che no, non si tratta di un caso di “Sindrome da Patto dei Lupi”. Eppure lo spettatore che ben conosce il genere non farà fatica a capire praticamente tutto anche solo dopo mezz’ora. Colpa delle convenzioni del sotto-genere “Thriller alla Seven”, che questo film rispetta fin troppo accuratamente.

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