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Funny Games
Remake, ma non di Arancia Meccanica
locandina film Funny GamesFunny Games non è uno di quei film che guardi per passarti due ore. Chi va al cinema a vederlo è spinto dalla curiosità, soprattutto per il tipo di campagna pubblicitaria che ha preceduto l’uscita del film, dove venivano fatti riferimenti al più famoso (..e più bello) Arancia Meccanica di Kubrick. Non dico sia un brutto film, perché complessivamente a me è piaciuto, è pensato e realizzato con cura, però bisogna prendere in considerazione, e osservare con attenzione tutti gli aspetti del film e non limitarsi a quelli più immediati, perché in quel caso può risultare lento e anche noioso, non c’è la violenza che ci si aspetterebbe sentendo i vari commenti al film. E la violenza si sa attira, ecco perché si può rimanere delusi.
Il film inizia bene, le premesse sono molto buone per lo spettatore. Una spensierata famiglia (mamma, papà e figlioletto) si trova in viaggio in auto per raggiungere la lussuosa residenza estiva sul lago. Stanno ascoltando musica classica, e sono tutti sorridenti, ma d’un tratto Händel viene bruscamente interrotto da una musica rock che devasta chi l’ascolta, dove una voce urla e stride in modo delirante (l’unica musica che accompagna brevi momenti del lungometraggio). Noi capiamo che qualcosa non va ma loro ne sono ancora all’oscuro. Questa famigliola fa la sgradevole conoscenza di due giovani ben vestiti che ben presto si riveleranno essere l’esatto contrario delle loro facce d’angelo. Questi ragazzi danno l’impressione di essere ricchi e viziati, essere arroganti e torturare la gente è per loro un gioco per, come uno di loro dice espressamente nel film, “colmare un vuoto”, che però non comprendiamo bene quale sia. Non voglio anticipare cosa ne sarà della povera famiglia, ma credo lo si possa immaginare bene.
Per gli attori non dev’essere stato per niente facile entrare nella parte. Il film è composto principalmente di lunghe sequenze quasi teatrali, senza tagli di montaggio, che consentono all’attore di immedesimarsi senza interruzioni. Il terrore nei volti dei tre è feroce, disarmante, non può che farci balenare in testa cosa potremmo provare noi nella loro medesima situazione. Le loro espressioni collidono con quelle quasi sempre calme, piatte e sorridenti dei due “giocatori”. Le loro espressioni sono il riflesso dell’aspetto minimale del film. Questa essenzialità unita alle lunghe inquadrature che ci mostrano cosa gli interessati fanno nei minimi dettagli, ha lo scopo di allentare e diluire la tensione, che però non raggiunge mai livelli insopportabili o un climax.
La violenza non è mai realmente mostrata. Sappiamo che viene fatto del male ai personaggi, sappiamo dove, vediamo il sangue, ma i momenti esatti non ci vengono mostrati, solo li intuiamo sentendo uno sparo o delle grida di dolore, oppure una mazza che si muove, ma senza vedere cosa colpisce (strategia questa che apparteneva in passato al grande Fritz Lang). E’ ben mostrato invece il dolore e la sofferenza con lunghi primi piani. E’ interessante cercare di capire questo “non mostrare” del regista. Leggendo qualcosa a proposito del film prima di vederlo, appresi che il regista appunto voleva mostrare la violenza senza mezzi termini, come realmente è. Questo lo si collega a un discorso sulla violenza che alla fine del film fanno player 1 e player 2: uno di loro dice che se nel film si vede la violenza allora questa è reale, anche se l’altro non è d’accordo. Personalmente trovo che la violenza nel film non sia direttamente mostrata per darne la forma di un gioco (funny games appunto), qualcosa di non reale come un videogioco – un paio di interventi in cui uno dei violentatori si riferisce parlando e guardando direttamente in camera agli spettatori e rivolgendosi in altre situazioni ad un “pubblico” immaginario che è proprio lo spettatore in sala, senza contare una scena ben evidente di finzione e irrealtà che riconduce proprio allo stile videogioco, dove se muore il giocatore si può tornare indietro e ricominciare – ma il mostrare palesemente le conseguenza di tale violenza ci riporta immediatamente ad una dimensione reale. La sofferenza e il dolore che loro provano, la proviamo anche noi. Non possiamo fare a meno di farlo, perché sappiamo che se succedesse a noi sarebbe uguale a come lo “stiamo vedendo” sullo schermo. Quindi gioco per i giocatori, ma non certo per le vittime. E…il gioco avrà termine?
Le citazioni ad Arancia Meccanica riguardano soprattutto il completo in bianco dei due moderni drughi, dal finale sospeso e poco rassicurante e dalla violenza brutale dei protagonisti spinti da chissà quale motivo.
Il regista è Michael Haneke, non ha fatto altro che rifare lo stesso film che aveva già diretto nel 1997 in Austria con lo stesso titolo. In America non aveva avuto molta visibilità perché era fondamentalmente una produzione straniera, quindi il remake, ambientato negli Stati Uniti con attori famosi, ha l’obbiettivo di farlo conoscere di nuovo e meglio (curiosità: parte della produzione è anche italiana). A lui sicuramente va il merito di aver seguito al meglio la direzione degli attori che è davvero perfetta, ma da quanto leggo, l’originale è praticamente identico al remake.
Gli attori: dividiamo i due giocatori, Michael Pitt (il “biondino” di The Dreamers di Bertolucci) e Brady Corbet, bravi ma che devono sostenere un ruolo molto meno difficile rispetto ai tre componenti della famiglia, Tim Roth (La leggenda del pianista sull’oceano, Le Iene, Four Rooms, solo per citarne alcuni), Naomi Watts (Mulholland Drive, The Ring, 21 Grammi, ecc.), questi davvero bravissimi nell’immedesimarsi pienamente nella sofferenza più acuta che i loro personaggi erano sottoposti, a cui si aggiunge il talento esordiente del tredicenne Devon Gearhart. La preparazione degli attori, in particolare degli ultimi tre citati, è stata sicuramente durissima ed estenuante, e i risultati sono davvero incredibili per la loro bravura.
Massimiliano Uccellatori
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