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Lontano dal paradiso
Il film più sopravvalutato dell'anno
con Julienne Moore
testo alternativoCATEGORIA:Film d'autore con concessioni al grande pubblico

Cathy è una donna americana, moglie perfetta e madre inappuntabile, che vive in un classico sobborgo americano, colorato coi toni pastello del paradiso. Ma la sua vita è destinata ad essere sconvolta dalla diversità, dal disprezzo delle ex amiche, dalla malignità di un mondo che non sa accettare il diverso. Il marito Frank, gran lavoratore, scopre di essere gay, e lei scopre di amare un uomo di colore. Tutto questo nei magnifici anni 50 statunitensi, dove la segregazione razziale era una realtà, dove la diversità sessuale un tabù.
Gioca con i toni del melodramma Todd Haynes, imperfetto autore di Velvet Goldmine, la storia di Ziggy Stardust rifatta senza l’autorizzazione di David Bowie. Gioca con gli eccessi, eccessi che sembra voler nelle sue corde ma che non ha. Tagliamo la testa al toro: Haynes ha uno stile noioso e lentissimo, una messa in scena manierista e irritante, riempie il suo film di colori che stridono nel loro essere soffusi.
Moralmente ambiguo, eticamente scorretto, il film scorre sui binari di una scontatezza preoccupante, e di una sceneggiatura lacunosa che mette sul piatto della bilancia amore interrazziale con quello omosessuale, quasi a voler fare una graduatoria di quello che negli anni 50 era considerato deviante. E lo fa con i toni e i colori di una sit commedy di quegli anni, cercando di resuscitare uno spirito che non solo non esiste più, ma che nemmeno è mai esistito.
Lontano dal Paradiso, certo, scorre la vita di Cathy, ma anche lontano da un grande film. Haynes osa moltissimo, osa il barocco e trova il cliché, gira un melodramma che non emoziona, corrispondente di una commedia che non fa ridere. Uno film sbagliato. Per colpa della regia e della sceneggiatura, ma anche della recitazione di una Julianne Moore bamboleggiante e monocorde, come il ruolo richiedeva, certo, ma fastidiosa nel mostrare il tedio di quello vita.
Ed è un grosso peccato. Con lo splendido Magnolia ci aveva mostrato di avere doti interpretative notevoli, qui sciacquate da una regia non in grado di sorreggere con il giusto tono una trama difficile.
Haynes non è l’astro nascente Paul Thomas Anderson, grande autore da cui ci aspettiamo grandi cose. Aveva mostrato la corda già con il film di culto Velver Goldmine, dove aveva sbagliato tono anche con in mano la storia non autorizzata dell’alieno del rock David Bowie.
Negli Stati Uniti i suoi errori sono stati scambiati per arte, vizio di quel paese che scambia spesso i fuochi di paglia per la fiamma ardente della creazione. E sono capacissimi di confondere un genio per un artigiano e viceversa. Ci sono voluti i francesi per dire agli americani che Hitchcock era un genio, saranno forse ancora una volta gli europei a dire che Haynes non è un grande autore?
Pare di si, la reazione in Italia al suo Lontano dal Paradiso è stata fredda e incredula: come è possibile considerare questo un grande film? Un melodramma freddo dai toni accesissimi, una storia familiare che lascia nodi irrisolti dovuti alla lacune di una narrazione farraginosa.
Bisogna mettere in guardia gli spettatori nei confronti di queste operazioni. Alcuni finti intellettuali scambiano la noia per arte, la boria per sicurezza, l’accademia per il sacro fuoco.
Haynes è un regista noioso, superbo e accademico, checché se ne possa dire. I suoi personaggi sembrano covare sotto una superficie di normalità il coraggio del diverso. Ma in realtà covano soltanto la cenere dei sogni.
Ci si deve rivolgere altrove per trovare i segni del grande melodramma, facilmente ci si deve rivolgere fuori dagli Stati Uniti: Almodovar e Lurhman, uno spagnolo e l’altro australiano, hanno incantato con la loro fiamma i pubblici e le critiche di tutto il mondo. Haynes cerca di imitare il loro stile eccessivo, ma dove loro riescono ad accendere la passione e il calore dell’uomo, lui spegne l’emozione e alza il piede dall’acceleratore, lasciandoci con un amaro in bocca che sa di stantio.
Speriamo che gli Oscar non lo premino al di là dei suoi meriti. Era Mio Padre aspetta il trionfo meritato. E noi siamo idealmente di fianco a Sam Mendes, in attesa di una rinascita del cinema americano.

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