La speranza è un sogno ad occhi aperti

Aristotele

Sep 30 2008

Ogni cosa è illuminata

di matteo musacci

Il geniale esordio narrativo di Jonathan Safran Foer

Usò i pollici per calarsi dalla vita le mutande di pizzo regalando ai genitali congestionati il vellichio delle umide correnti ascensionali estive che recavano con sè gli odori di bardana e di betulla, brucìo di gomma e brodo bovino e che ora trasmisero la sua essenza animale ai nasi volti a nord come un messaggio trasmesso lungo una fila di scolaretti in un gioco infantile così che l'ultimo ad annusare possa alzare la testa e dire: Borsht?.

foerOgni cosa è illuminata, ovvero, un romanzo che ha illuminato l'inizio del nuovo secolo. Un autore giovane, Jonathan Safran Foer, che a leggerlo non diresti mai avere, a tutt'oggi, trent'anni (e la stesura è avvenuta tra i venti e i venticinque!). Un romanzo complicato, che porta avanti per più di trecento pagine tre diverse angolazioni, tre punti di vista diversi, che mutano di conseguenza anche lo stile. Ma andiamo con ordine.
Le storie che noi leggiamo incastrate l'una con l'altra sono tre: la prima è quella del viaggio dello scrittore stesso, Jonathan Safran Foer, che, con una fotografia in mano, parte per l'Ucraina alla ricerca di un mitico villaggio e di una donna, Augustine, che durante la guerra ha salvato il nonno ebreo dai nazisti. Il narratore è l'ucraino Alexander Perchov, un giovane ragazzo incaricato di condurre lo scrittore alla ricerca delle sue radici e di tradurre in inglese tutto ciò che viene detto. Le pagine di questa storia sono quelle più esilaranti, quelle più divertenti: Alex parla infatti un inglese un po' maccheronico, e Foer (lo scrittore, non il protagonista), crea una scrittura densa di felici intuizioni letterarie: "fabbricare le zeta" per dire "dormire", "cacare mattoni" per dire "arrabbiarsi"... Il viaggio vede protagonista anche una cagnetta di nome Sammy Davis Junior Junior e il nonno di Alex, autista dell'automobile e cieco psicosomatico.
copertinaLa seconda storia è quella scritta dal Foer protagonista; è il risultato a posteriori della ricerca in Ucraina, una vera e propria saga ebraica che parte dal 1791, anno in cui la sua bis bis bis bis nonna viene ritrovata nel fiume Brod, e finisce nel 1941, anno in cui il villaggio del nonno, Trachinbrod, viene invaso dai nazisti. La storia ripercorre tutte le vicende della famiglia dello scrittore, con tutta la magia e il mistero che nasconde il popolo ebraico (e tanto ci ricorda anche la magia del popolo sudamericano narrato in Cent'anni di Solitudine di Garcia Marquez).
Il terzo livello della storia sono delle missive che Alex manda a Jonathan: i due protagonisti, infatti, si inviano a vicenda le due storie (il viaggio e la saga) e Foer (lo scrittore) ci dà la possibilità di conoscere il punto di vista di Alex riguardo alla storia che Foer (protagonista) sta narrando.
Insomma, già da queste mie poche righe si capisce che il romanzo ha veramente tanto da dire; complicato, sì, un romanzo difficile da digerire, ma la genialità di Foer sta proprio nella continua alternanza di questi livelli e nel repentino scambio di toni: si passa vorticosamente dal comico, al tragicomico, al tragico.
L'altro grande dono del romanzo è quello di aver narrato ancora l'olocausto, ma di averlo fatto in un modo che finora, almeno personalmente, non avevo ancora letto: vederlo con il distacco di chi non l'ha vissuto, lo stesso Foer, e vederlo con gli occhi di Alex, che ebreo non è, con la comicità di questo ragazzo all'apparenza un po' stupido. Insomma, una vera messainscena tragicomica.
E diffidate del film, in cui, ovviamente, si perdono tutti i livelli delle storie. Leggete il libro: è tutta in salita, ma ne uscirete, fidatevi, illuminati.

Jonathan Safran Foer, Ogni cosa è illuminata, Guanda, 2002.

Scritto da: matteo musacci

Data: 30-09-2008

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