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Nov 10 2008

La solitudine dei numeri primi

di matteo musacci

Paolo Giordano e il Premio Strega

copertinaDevo ammettere una mia personale repulsione nei confronti dei casi letterari, e soprattutto dei romanzi che vincono lo Strega, perché quasi sempre si tratta di vittoria pagata, contrattata tra casa editrice e giurati (vi siete mai chiesti perché il premio se lo scambiano Mondadori, Feltrinelli, Einaudi e Rizzoli e mai piccole case editrici?).
Quest'anno lo Strega è andato a Paolo Giordano, un giovane ricercatore di fisica con borsa di studio, il più giovane premiato nella storia del concorso, edito da Mondadori. Insomma, tutte le carte in regola per diventare "un caso": un giovane di quelli che oggi vanno per la maggiore e una casa editrice forte alle spalle.
Ma questa volta la tentazione è stata più forte della repulsione: c'era qualcosa in quel titolo, La solitudine dei numeri primi che mi spingeva a tentare comunque la lettura. Lettura che si è consumata nel giro di tre ore su un treno, trasportata da un talento che mi ha sorpreso.
Già, perché Giordano sa scrivere. Il che non è una cosa così scontata, ovvero, sa usare la lingua correttamente, costruisce un romanzo con rigore sintattico e che risponde perfettamente ai canoni di bellezza oggettiva della lingua italiana. Davvero, è un'affermazione sempre meno scontata in quello che si legge in giro, esclusi gli scrittori che volutamente si allontanano dalla lingua (vedi Santacroce e Nori, due esempi a caso).
Il romanzo è la storia di una vicinanza/lontananza, di una presenza/assenza tra i due protagonisti, Alice (ragazza anoressica e un po' sfigata) e Mattia (secchione, introverso, chiuso e autolesionista), con due infanzie rovinate l'una dai genitori e l'altra dalla perdita della sorella gemella, per colpa dello stesso Mattia. E qui sta il legame con i numeri primi, per l'esattezza quelli gemelli, divisi l'uno dall'altro da un altro numero, ma che entrambi condividono lo stesso "destino" di essere divisibili solo per uno e per se stessi. Come dire, o si sta da soli o si conta su un "uno", che non basta mai. E inoltre, il destino di essere divisi da qualcuno o qualcosa, così come il 3 con il 5. Ecco, forse questo paragone, che unisce letteratura e matematica, è forse l'elemento più poetico e azzeccato dell'intera storia che sì, incolla il lettore, ma rimane pur sempre una storia non così originale. Una storia che immette direttamente ad una realizzazione cinematografica del romanzo. Cadono poi nel nulla alcuni personaggi, forse inseriti da editor invisibili perché "vanno di moda", come l'amico gay Dennis, che svolge un ruolo davvero marginale ma di cui non si può fare a meno, proprio perché omosessuale, per costruire un "caso letterario". E poi la prima esperienza sessuale di Mattia con Nadia, altro personaggio di cui non si comprendono né l'ingresso né l'uscita di scena. Insomma, una storia che sta in piedi con qualche però. E per finire, c'è un altro grosso problema che sembra passare inosservato a Giordano (e ai suoi editor): Alice, malata gravemente di anoressia, si sposa con un medico, e questi non solleva il problema se non al termine del romanzo, come se fosse una scoperta epocale.
giordano
Con tutto questo, La solitudine dei numeri primi rimane un romanzo che si fa leggere, se non altro perché le qualità narrative in Giordano ci sono, e forse nei prossimi romanzi, verranno amplificate. Gridare al capolavoro forse è eccessivo, se pensiamo agli esordienti che sfornano gli altri Paesi (Foer su tutti). E in più, in Italia siamo pieni di esordienti degni di attenzione, ma magari pubblicano con case editrici piccole e invisibili e nessuno se ne accorge (Raimo, Grossi, Cognetti e tanti altri).
Con tutto questo, la mia avversione al Premio Strega resta intatta. Se non contro Giordano, contro il monopolio Mondadori. Ma questa è un'altra storia.

Scritto da: matteo musacci

Data: 10-11-2008

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