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Tetsuo
Per conoscere il cinema giapponese contemporaneo
il capolavoro di Shinya Tsukamoto
Ricostruire la trama di questo film è piuttosto arduo. Il protagonista, un giovane impiegato, mentre si trova alla guida in compagnia della sua donna, investe un ragazzo. Lo abbandona al suo destino, ma una volta giunto a casa scopre di essere perseguitato da una strana maledizione: il suo corpo tende ad attrarre il metallo e a fondersi con esso. Qualsiasi cosa sia, la creatura che ha investito sta preparando la sua vendetta...

Ad aver visto questo film di Shinya Tsukamoto sono stati finora solo pochi privilegiati: prevalentemente cultori della collana “Rarovideo” e di “Fuori orario”. Un peccato, perché la cinematografia nipponica si è ultimamente ripresa il ruolo di forza trainante del cinema mondiale.
Ciò è avvenuto indubbiamente grazie alla sempre solida tradizione dell’animazione, che negli ultimi anni ha esportato gli affascinanti “La principessa Mononoke” e “Metropolis”. Ma anche grazie alla rinascita di un cinema “filmato” spiazzante ma allo stesso tempo capace di catturare il grande pubblico. Un cinema giovane i cui tassi di violenza e bizzarria vanno ben oltre la sopportabilità dell’europeo medio. Il “campione” è un certo Hideo Nakata, il cui thriller “Ringu” è diventato il maggior successo della storia della cinematografia giapponese. Da noi non è ovviamente mai uscito, e il fatto che il remake americano “The Ring” abbia sbancato i botteghini statunitensi e stia per arrivare anche da noi, non fa che alimentare la nostra fretta di scovare da qualche parte una copia dell’originale.
Tsukamoto è stato in un certo senso colui che ha dato il via a questa rinascita, dirigendo nel 1989 un film-shock che oggi ha cultori in tutto il mondo.

Uno dei temi principali del cyberpunk è legato alla fusione fra l’uomo e la macchina. “Tetsuo” non arriva per primo(ricordiamo “Eraserhead” di Lynch), ma lo fa con una forza e una capacità di sperimentazione visiva che lo portano ad essere uno dei pochi film a restituire lo “spirito” di questo genere letterario, nonostante ne tratti solo uno dei tanti argomenti.
L’abilità di Tsukamoto sta nell’essere riuscito, curando praticamente tutti gli aspetti legati alla produzione del film, a infondere alle immagini quel ritmo spezzato e ossessionante che richiama il lavoro ripetitivo di una macchina industriale. Le tecniche utilizzate vanno dalla velocizzazione delle immagini fino ad uno stupefacente stop-motion: la tecnica per cui si fotografa un fotogramma per volta, e si unisce il tutto in una sequenza che darà l’impressione del movimento( come ad esempio per “Galline in fuga” e “Nightmare before Christmas”). Un futurismo che ricorda quello di Vertov in “L’uomo con la macchina da presa”.
Come accade spesso nell’arte giapponese, il film è infarcito di metafore sessuali, che possono portare a svariate interpretazioni. Il tutto si va infine a unire a una forte componente Splatter, la cui violenza estremizzata ben riflette il dolore della mutazione nel “nuovo uomo”.
Una menzione speciale va alla colonna sonora(campione di vendite in Giappone), costituita da musica “Industrial”: ovvero ottenuta mixando suoni metallici e, appunto, stridori industriali.
Un film estremo ma non compiaciuto, realmente inquietante ma anche innegabilmente affascinante.

Voto: *** e 1/2


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