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Gansel e la dittatura che cavalca "L'Onda"
Da una storia vera.
Onda locandinaCinque giorni, solamente. Una Autokratie, un movimento con tutti i tratti tipici dei regimi dittatoriali, si può instaurare dal lunedì al venerdì. In un liceo di provincia. In Germania, in Europa. Oggi.

E’ un film? Sì, ma tratto da una storia accaduta nell’autunno del ’67, quando Ron Jones (presente sul set del film), professore di storia del Cubberley High School di Palo Alto, in California, propose ai suoi allievi un esperimento psico-sociale denominato La terza onda, per spiegare loro la nascita del nazional-socialismo. Nel 1984, Morton Ruhe lo tradusse in un best-seller, "Die Welle", "L’Onda".

L’Onda, film uscito in Germania nella primavera del 2008, è del giovane regista Dennis Gansel (mosso da ragioni personali: il nonno aderì al Terzo Reich). E’ un film che scorre veloce, nonostante il tema, lungo il filo di un climax che rende la tensione sempre più palpabile, a partire da una anticonvenzionale lezione di socio-politica del lunedì.

Che cos’è l’autocrazia? Si apre con questa domanda la prima lezione tenuta dal professor Wengen (Juergen Vogel) nell’ambito della settimana a tema di un liceo tedesco. La risposta è una reazione annoiata dei suoi studenti: “Ancora con questa storia del Onda 1Terzo Reich, è inutile parlarne, tanto lo sappiamo tutti che non potrà più ripetersi”. Perché? “Perché ne conosciamo le conseguenze”. Studenti preparati nell’elencare le condizioni sociali indispensabili all’instaurarsi di un regime dispotico: “disoccupazione, ingiustizia sociale, inflazione, disillusione verso la politica, uno spirito nazionalistico estremizzato ”. Ma se “la parola più ricercata sul web è Paris Hilton”, basta poco per dar luogo ad un gioco di ruolo che va ben oltre la semplice sperimentazione: Herr Wengen diventa il fuehrer che esercita il potere attraverso la disciplina. E il risultato è una “nuova energia” che spezza i gruppi per crearne uno unico, di massa, perché “insieme si è più forti e si è tutti uguali, solidali, in vista di un medesimo scopo”, anche se privi di ideologia.

La divisa, jeans e camicia bianca. Un nome, l’Onda. Un logo. Un saluto, rituali. E l’Onda scavalca i muri della scuola e travolge la città, da cui “tutti, dopo la maturità, vogliono andarsene”. L’assenza di punti di riferimento scatena il fascino verso un capo carismatico, a cui si obbedisce ciecamente in cambio della soddisfazione di quell’innato bisogno di sentirsi invincibili e uniti. Un bisogno tipico degli adolescenti, ma anche di qualsiasi fascia sociale, nell’attuale società anomica del postmodernismo: si innesca una atmosfera patologica tanto realistica quanto angosciante. Una strada alternativa alla perdizione indagata da Gus Van Sant, in un microclima che ricorda tanto quello de La classe - Entre les murs (2008) di Laurent Cantet.

L’Onda, in cui l’individualità e la capacità critica scompaiono, manipolate dal senso di appartenenza e dalla gratificazione dei bisogni insoddisfatti di tanti: dal senso di inferiorità che manifesta il professor Wengen verso la moglie e collega, alla paura di diventar indipendenti, come esprime Marco, uno degli studenti protagonisti.
Onda 2
Il passo è breve verso il manifestarsi della violenza verbale e fisica verso coloro che "non sono dentro l’Onda", che si espande di minuto in minuto, raccogliendo sempre più seguaci.

Il conflitto esplode e fagocita la razionalità critica del singolo: la consapevolezza di Wengen di aver messo in moto involontariamente un meccanismo incontrollabile e pericoloso giungerà allora troppo tardi per poterlo fermare: “L’Onda è tutta la mia vita”, griderà Tim, autonominatosi “guardia del corpo” del professore.

Una chiusa agghiacciante, e il professore Rainer Wengen non guida più la sua auto come nella prima scena del film, mentre cantava a squarciagola: ma tace, in modo assordante, sul sedile posteriore di una gazzella. La tragica facilità di ripiombare nel baratro della dittatura è sbattuta in faccia allo spettatore.

Un film da vedere.

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Tra gli anni ’60 e gli anni ’70 furono realizzati numerosi esperimenti, ad opera di psicologi sociali, per indagare il comportamento in una società in cui gli individui sono definiti soltanto dal gruppo di appartenenza. Per citarne due, ricordiamo l’esperimento carcerario di Stanford del 1971, o l’esperimento Milgram di dieci anni prima.
Lisa Viola Rossi
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