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The Millionaire
Film bollywoodiano firmato Danny Boyle, che riesce a sbancare nella notte degli Oscar, oltre che nell'immaginario cinematografico contemporaneo, a suon di domande milionarie che hanno come unico vincitore l'amore

locandina the millionaireOrmai sembra tardi parlare del film ‘The millionaire’, (o ‘Slumdog Millionaire’ qual si voglia) perché se n’è già parlato in tutte le salse, non ultimo il fatto che abbia vinto 8 Oscar su 10 nomination all’ultima edizione degli Academy, e le numerose critiche che ha ricevuto in tutto il mondo, soprattutto per quanto riguarda la presunta falsificazione della realtà povera dell’India, una commercializzazione gratuita col solo fine della gloria. Non si discute la fondatezza e il diritto di critica, ma c’è anche da dire che il successo e l’attenzione mediatica fanno scattare strani meccanismi. Comunque, che si sia d’accordo oppure no, resta il fatto che questo rappresenta un piccolo capolavoro in termini di tecnica e ingegno.
Il regista inglese Danny Boyle (‘Piccoli omicidi tra amici’, ‘Trainspotting’, ‘Una vita esagerata’, ‘The Beach’, ’28 giorni dopo’, ‘Millions’, ‘Sunshine’) riesce, non solo ad immaginarsi (in collaborazione con la regista indiana Loveleen Tandan), ma anche a realizzare questo simil-melodramma bollywoodiano (di produzione americana e inglese) a tratti ironico, e tragico invece quando necessario, senza tanto cercare lacrime facili. Riesce ad osare con inquadrature particolari ed effetti di post-produzione che ci catapultano negli slum di Mumbai, correndo assieme ai piccoli furfanti attraverso ogni strada, tra le baracche e il fango, facendoci sentire parte dell’azione, mostrandoci in modo efficace ma anche artistico, i mille colori, i mille oggetti e le mille persone che popolano la parte povera della città. Ricava il meglio dai propri attori, facendoli muovere ad un ritmo sempre incalzante, ben sfruttando la sincronizzazione tra le immagini e le incisive musiche originali che veicolano la storia e in particolare le emozioni. Grazie a questo tipo di montaggio, ritmo e musica possono essere considerati a tutti gli effetti personaggi del film.
Interessante il lavoro puramente tecnico, dalla fotografia, che cattura immagini dalla forte estetica e profondità, e le già citate operazioni di montaggio e suono, per poi fare un passo indietro e tornare alla sceneggiatura, tratta dal romanzo ‘Le dodici domande’ di Vikas Swarup. La sceneggiatura incrociata (e mai scontata) è alla base del successo del film, che ci fa pensare alle coincidenze e ai casi fortuiti della vicenda come un dato di fatto e non come un mezzo per arrivare ad una conclusione logica.
Un cameriere riesce a diventare il concorrente della versione indiana del programma ‘Chi vuol essere milionario?’, ed incredibilmente risponde esattamente a tutte le domande, ognuna delle quali ci proietta verso alcuni episodi della vita di Jamal, come fossero pezzi di un puzzle che compongono una storia molto più grande e complessa, fatta di povertà, sofferenze e di un amore continuamente perduto. Solo una piccola parte dei guai del ragazzo sono causati dalla polizia locale che lo accusa di aver imbrogliato.
Milionari non si diventa unicamente attraverso il denaro o con l’utilizzo dell’intelletto, ma lo si diventa anche tramite le conoscenze che si fanno durante la propria vita, dalle esperienze, belle o dolorose che siano, dall’attenzione che si fa per i particolari di ogni giorno. Il grande gioco della vita ti sottopone sempre a delle domande, a tante piccole sfide, che bisogna affrontare senza timore, che si sappia o meno la risposta, facendo affidamento alla fortuna senza vergogna, ma rimanendo sempre consapevoli del fatto che esiste un mediatore in tutto ciò: il destino (il conduttore del programma).
La sincerità e l’amore trionfano, perchè non va dimenticato che questa è anche, e per certi versi soprattutto, una storia d’amore infantile, che si fa via via più matura e dolce con il passare degli anni. Di certo non vuole sembrare o essere un film di denuncia, ma a guardar bene spunti che riassumono certi meccanismi e comportamenti della bieca società contemporanea, sono presenti e identificabili.
Con un budget ridottissimo e un elevato gioco di squadra, questo cast di talentuosi può vantarsi di aver fatto impallidire le più costose e bizzarre produzioni americane, vincendo 4 Golden Globe (Miglior Film, Miglior Regia – Danny Boyle, Miglior Sceneggiatura – Simon Beaufoy, Miglior Colonna Sonora – A.R. Rahman) e 8 Oscar (Miglior Film, Miglior Regia – Danny Boyle, Miglior Sceneggiatura non Originale – Simon Beaufoy, Miglior Fotografia – Anthony Dod Mantle, Miglior Montaggio – Chris Dickens, Miglior Colonna Sonora – A.R. Rahman, Miglior Canzone Originale – ‘Jai Ho’ musiche di A.R. Rahman e parole di Gulzar, Miglior Sonoro - Ian Tapp, Richard Pryke, Resul Pookutty).
Forse anche grazie alla bella attrice Freida Pinto (che secondo il ‘Sun’ sarà la prossima Bond Girl), il film sta sbancando nei cinema italiani, soprattutto dopo la premiazione a Los Angeles, perché prima di allora gli incassi al botteghino erano assai scarsi. Intanto la distributrice italiana Lucky Red sta cercando di sostituire le copie in circolazione del film con una versione priva di un errore di doppiaggio che invertiva il senso di una frase riguardante la religione musulmana e quella hindu.
Questa unione di produzioni, nazionalità, religioni, stili e bassi costi pare aver funzionato e contagiato; anche se difficilmente Bollywood riuscirà a prendere il posto di Hollywood, almeno potremo sperare in future collaborazioni con il fine di creare una nuova era cinematografica.
Massimiliano Uccellatori
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