sei in OcchiAperti.Net > Benvenuti nella nuova sezione Cinema! > Archivio Recensioni > L'importanza di chiamarsi Ernest
L'importanza di chiamarsi Ernest
Dal capolavoro di Oscar Wilde
con Rupert Everett
testo alternativoCATEGORIA: Film d'autore con concessioni al grande pubblico

Una volta tanto capita, anche ai vostri cattivissimi recensori, di parlare delle cose belle della vita. E’ raro, ultimamente, infatti, trovare qualche film di cui poter parlare estremamente bene, e, a parte pochissime eccezioni, i nostri giudizi sono sempre caustici. Anche questo film non è un grande film, e non lo è per molti motivi, motivi su cui però, caso più unico che raro, non ci soffermeremo più di tanto.
E tutto questo perché l’importanza di chiamarsi Ernest è tratto da un’opera teatrale di Oscar Wilde, magnifico irlandese che ebbe tutta l’Inghilterra ai suoi piedi sul finire dell’ottocento. E la ebbe perché resa la sua vita un’opera d’arte grandiosa, come è questa piece teatrale. Peccato che, come accade spesso, il passaggio al cinema faccia perdere parte del fascino che il teatro esercita sul pubblico.
Ma gli attori in parte, soprattutto l’inglese più wildiano dei nostri tempi, Rupert Everett, e Colin Firth, e la meravigliosa sceneggiatura che conserva i dialoghi memorabili de L’importanza, lasciano allo spettatore un senso di appagamento al termine della proiezione.

Visto il film, insomma, vi verrà sicuramente voglia di vedere la rappresentazione, e questo fatto è positivo. Ma se un alieno mi chiedesse: cos’ha di così straordinario Wilde, cosa potrei rispondergli?
Gli risponderei che ha trattato a pesci in faccia una generazione di nobili ignoranti e che grazie alla sua arguzia si è fatto da loro benvolere prima di essere arrestato e condannato ai lavori forzati per omosessualità. Gli direi che darei un braccio per scrivere come lui, con il suo cinismo senza freni, la sua misoginia che lo ha fatto adorare dalle donne, il suo senso classista che odiava tutte le classi, sia quelle a cui apparteneva sia quelle che lo escludevano. Continuerei lodando il sarcasmo e l’acidità di un uomo che sa di essere solo, perché odia la massa e il pensiero che ad essa si riferisce, di essere solo di fronte alla moda che non subisce e che crea, di essere solo di fronte alla bellezza, soprattutto quando gli altri la bellezza non sono capaci di coglierla.
Le massime e gli aforismi di questo film sono tutti suoi e il pubblico può stentare a credere che Wilde sia stato capace di sfornare tanta ironia e tanta cattiveria quando oggi non ci riuscirebbe neppure una equipe di comici di grande livello.
La trama non ha molta importanza, diciamo che è una storia d’amore in cui 3 coppie devono arrivare al matrimonio, simbolo sociale disprezzato dal magnifico irlandese, ma agognato dalla nobiltà britannica. E allora ogni mezzuccio è possibile, ogni contraffazione lecita, ogni inganno valido per raggiungere i propri scopi. Ed è quello che fanno i protagonisti, mentono e non sono puniti per le loro menzogne, anzi, alla fine saranno addirittura premiati anche se in modo rocambolesco e folle.
Lucida follia quella di Wilde, che, adorato da chi egli disprezzava è finito in catene per il proprio piacere e per una folle legge. Ma di piacere a noi ne ha regalato moltissimo, sovvertendo qualunque regola, continuamente, ridicolizzando ogni tipo di istituzione, dallo stato all’istruzione facendo finta di lodare l’ignoranza per colpirla più a fondo.
“Perdere un genitore può essere una disgrazia, ma perderne due è sbadataggine”, è la frase migliore dell’ Ernesto, simbolo di ogni arguzia che pervade tutta l’opera del film. L’artista è il creatore delle cose belle recita l’incipit del Ritratto di Dorian Grey. E Wilde di cose belle ne ha regalate moltissime.
E visto che siamo in vena di citazione concludiamo il discorso su Wilde con una ulteriore: Karl Krauss, noto austriaco, disse una volta che l’aforisma contiene o mezza verità o una verità e mezza. Per quanto riguarda l’esteta di cui parliamo, spesso i suoi aforismi si avvicinano alla seconda definizione.
Per quanto riguarda il film vero e proprio poco da dire: contiene in se tutti i difetti che tradizionalmente affliggono un certo tipo di teatro filmato. Scenografie ai limiti del ridicolo, inserti a dir poco strani e una certa pesantezza della messa in scena sembrano inizialmente penalizzare il film, ma poi lo straordinario testo wildiano cannibalizza lo spettatore e lo trascina all’interno del suo mondo meraviglioso: peccato non poter valutare solo il testo, ma dover dare un giudizio complessivo, che non sarà lusinghiero quanto potrebbe essere, perciò:

testo alternativo






visite: 16613
gli ultimi contributi
le ultime della redazione cinema
documento conforme agli standard XHTMLDocumento conforme agli standard css