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Frank Miller's Sin City 1°
PRIMA PARTE
Sulle nuove frontiere del cinema digitale


sin city
Frank Miller’s Sin City, Usa, 2005
Regia: Frank Miller, Robert Rodriguez e Quentin Tarantino (special guest director)
Soggetto: Frank Miller
Interpreti: Bruce Willis, Mickey Rourke, Clive Owen, Jessica Alba, Benicio del Toro, Brittany Murphy, Nick Stahl, Elijah Wood, Rosario Dawson, Jaime King, Michael Clarke Duncan, Alexis Bledel, Powers Boothe, Michael Madsen, Josh Hartnett, Devon Aoki, Carla Gugino, Rutger Hauer
Musiche: John Debney, Graeme Revell, Robert Rodriguez
Produzione: Elisabeth Avellan per Dimension Films, Troublemaker Studios
Distribuzione: Buena Vista Distribution
Durata: 124’

Frank Miller’s Sin City, a cui dovrebbe seguire Sin City 2 (2011) e Sin City: Hell&Back (2012), è un caso esemplare per comprendere quali siano le potenzialità dell’HD (hight definition), poiché al suo interno vi si scova un raffinato ibrido di tecniche cinematografiche spettacolari e avanzate che ricalcano il gusto fumettistico proprio dello stile grafico di Frank Miller, autore di famose graphic novel come Daredevil (Mazzucchelli-Miller, Marvel Comics, 1986), Elektra (F. Miller, Marvel Comics, 1981) e 300 (F. Miller, Dark Horse Comics, 1998), opere soggette ad adattamenti cinematografici. Sin City più che un film è un laboratorio di stile in cui i linguaggi del cinema, del fumetto e della narrativa si incontrano e si confrontano. L’aspetto interessante che riguarda sia il film che la graphic novel di Sin City sta nel fatto che l’estetica di questo fumetto ricorda quella cinematografica, soprattutto dal punto di vista del découpage tecnico, vale a dire di quegli elementi propri del linguaggio cinematografico (composizione, inquadrature, montaggio, luce, ecc…); Robert Rodriguez e Miller, infatti, hanno unito gli sforzi per riprodurre fedelmente le tavole di Miller sullo schermo. Sin City appare non come un semplice adattamento cinematografico, quanto piuttosto come “la traduzione letterale” del fumetto. Nella pellicola l’azione è il punto nevralgico che sostiene il ritmo adrenalinico del film che porta a sfruttare al massimo le qualità tecniche digitali, ben orchestrate da Rodriguez. Gli attori, inoltre, appaiono come se fossero pupazzi di carne che fanno perno sulla pura performance, perché con l’impiego del green screen devono immaginarsi gli elementi scenografici che compongono lo spazio, calibrando le doti recitative con la consapevolezza di essere sospesi nel vuoto. Ne deriva il forte senso di ironia e di autoironia - senza dubbio uno dei punti-cardine del cinema (post)moderno - per via delle maschere indossate dagli attori.

Le graphic novel. Sin City è una raccolta di graphic novel (1993-2000), o libri, ambientate nella città fittizia di Basin City, in cui si incrociano le vicende di vari personaggi coinvolti in sette differenti storie:
1. The Hard Goodbye (gennaio 1993)
2. A Dame to Kill For (gennaio 1995)
3. The Big Fat Kill (giugno 1996)
4. That Yellow Bastard (luglio 1997)
5. Family Values (ottobre 1997)
6. Booze, Broads & Bullets (dicembre 1998)
7. Hell And Back (dicembre 2000)
fumetto Si può dire che la vera protagonista della vicenda sia, di fatto, la città tetra e noir creata da Miller; una Gotham City violenta calata in uno scenario fantascientifico decadente, una sorta di mondo parallelo. La città di Basin City, ribattezzata Sin City, “città del peccato”, è collocata nella parte nord-ovest degli Stati Uniti, a 30 minuti da Seattle, in un’area chimata Kitsap County. Il tempo è arido e la città è attraversata da un grande fiume, dando l’idea di essere un surrogato del caratteristico paesaggio americano con lunghe strade deserte e sinuose che attraversano ripide montagne, vaste praterie, zone boscose e centri metropolitani. La città, in sostanza, ricorda la tipologia propria del melting-pot che accoglie dentro di sé criminali di ogni sorta e di diverse nazionalità, oltre che a forme paesaggistiche eterognee. L’atmosfera che si respira è sia quella del noir classico americano che quella tipica del giallo-poliziesco letterario: lo stile milleriano porta con sé le reminescenze del cosiddetto hard-boiled, il genere delle popolarissime detective stories che prende origine dai romanzi di Dashiell Hammett (1894-1961), Raymond Chandler (1888-1959) e Mickey Spillane (1918-2006). Nel film sono stati messi in scena gli episodi 1, 3 e 4.
L’ Hard-boiled (o pulp fiction) è un genere letterario nato tra gli anni ’30 e ’40 del Novecento che equivale ai "gialli" editi in Italia dalla Mondadori e alle série noire della casa editrice francese Gallimard; questo filone è caratterizzato da una rappresentazione per nulla sentimentale del crimine, della violenza e del sesso che influenzerà anche la produzione letteraria europea. Il termine “hard boiled” trae il suo etimo dall’espressione colloquiale “to be hard boiled”, che riferita all’uovo significa "sodo", e che corrisponde alla locuzione “essere un osso duro”, proprio come la tipica figura del detective radicata nell’immaginario popolare. Il protagonista di queste storie è, infatti, un detective privato che si trova spesso coinvolto in risse da bar; alle prese con la conturbante dark-lady di turno; trascinato in peregrinazioni urbane all’interno delle grandi metropoli come Los Angeles, Chicago o New York. Di solito questo personaggio affronta la corruzione che mina il sistema giudiziario, agendo da solo; uno dei personaggi memorabili che racchiude in sé le principali caratteristiche del detective hard-boiled è il Philip Marlowe di R. Chandler. Da questo genere letterario hanno avuto origine il noir, sottogenere del “giallo” nato negli Stati Uniti attorno agli anni ’40 del Novecento; il noir metropolitano che ha come protagonista la città; il film noir (classico) proliferato tra il 1940 e il 1959 e il crime movie hollywoodiano in generale, ma anche il neo-noir che presenta dei tratti comuni con il ciclo degli anni ’40-’50.
Sin City assume a modello le caratteristiche di questo genere letterario e cinematografico non solo per ricreare l’atmosfera e le architetture della città, ma anche per rapportarle alla psicologia contraddittoria dei protagonisti, criminali e anti-eroi che fronteggiano la mala con le sue stesse armi; queste figure maschili sono anfibi che si barcamenano tra la giustizia delle istituzioni legate alla malavita (A Hard Goodbye, That Yellow Bastard) e la giustizia che loro stessi impartiscono ai corrotti d’animo (The Big Fat Kill), non riuscendo, però, a sconfiggere appieno il sistema.
HD (high definition). Se l’Alta Definizione Analogica rimane strettamente legata al mercato televisivo, il formato HD digitale è oggi rivolto anche al grande schermo. George Lucas, infatti, commissiona all’azienda giapponese Sony una telecamera sofisticata in vista della lavorazione del primo prequel della saga di Star Wars (Episodio I – La minaccia fantasma, 1999). Per la prima volta nella storia del cinema si avvera la possibilità di servirsi di un supporto diverso dalla pellicola, con il vantaggio di mettere in relazione tra loro le diverse fasi di produzione di un film (ripresa, audio, montaggio, …); tuttavia restano ancora dei problemi inerenti alla distribuzione, perché il mercato cinematografico non è in grado di rinunciare alla proiezione in sala, nonostante lo sviluppo di un nuovo supporto: il DVD.
L’HD utilizza ampiamente il chroma-key, il compositing pittorico, la C.G. e il blu/green screen - sperimentazioni video degli anni ’60-’70 già collaudate dalla Tv durante gli anni ’90 - soprattutto per la lavorazione degli spazi, come accade in Frank Miller’s Sin City.
un iperrealismo onirico. Un’immagine così generata è figlia dell’ibridazione fra diverse scelte linguistiche e tecnico-stilistiche unite da un denominatore comune che è il computer. Si producono, in questo senso, mondi fantastici, artificiali e immaginari che spaziano dal fumetto al cartoon: «chi sperimenta in maniera radicale l’estetica della continuità, imbastisce situazioni fantastiche dove il protagonista è proiettato in un presente “futuro”» in bilico tra l’(iper)realismo e l’onirismo (A. Amaducci, Anno zero. Il cinema digitale, Torino: Lindau, 2007).
Il cinema dell’era digitale, in sostanza, tende a un alto grado di “effetto di realtà”, ma la meraviglia suscitata dagli effetti speciali comporta una resa distorta di tale effetto, perché l’immagine finale aderisce perfettamente all’ “immagine mentale” del regista. L’ambizione di Robert Rodriguez, co-regista assieme a Frank Miller, è quella di portare, o meglio di riprodurre, sul grande schermo le pagine delle graphic novel del fumettista statunitense. Non si tratta pertanto di un semplice adattamento come, per esempio, Daredevil, ma piuttosto di ricreare le atmosfere dei fondali stilizzati in bianco e nero, di decorarle con le silouettes dei personaggi, dando l’impressione che i “disegni” si stacchino dalle tavole per animarsi sulla pellicola. Si tratta in sostanza di vertere la natura piatta e bidimensionale del fumetto in pura azione e dinamismo, grazie alle tecniche digitali.
risultante stile e maniera. La peculiarità della graphic novel di Frank Miller riguarda il forte contrasto tra i fondali e le silouettes enfatizzati da contorni decisi in bianco e nero, elementi trasportati sullo schermo da Rodriguez. Frank Miller non è che un innovatore dell’arte del fumetto e il fautore di uno stile personale, originale e reiterabile. Robert Rodriguez, invece, s’insinua in una diversa prospettiva che mira da un lato all’imitazione stilistica di un modello - ambito del manierismo - e dall’altro all’innovazione - ambito dello stile (cinematografico) - mediante le nuove tecnologie. Nel passaggio dal fumetto al film, quel che cambia è il supporto grazie alle tecniche digitali. Insomma, Rodriguez gira un film alla maniera di Miller (fumettista), arrivando a confezionare un prodotto unico, frutto di un sofisticato processo di stilizzazione del linguaggio fumettistico.
Le tavole delle graphic novel si animano come si animano i cartoon, ma a differenza di questi, gli attori sono “veri”: «la settima arte oggi adopera fondali digitali con personaggi reali per appropriarsi di altri mondi e stili attraverso la sua abilità nel simulare» (G. Romano), attingendo dal fumetto, come nel caso di Sin City, e da altre tradizioni letterarie popolari come quella "wuxiapian" (Hero, La foresta dei pugnali volanti, entrambi di Zang Yimou), ma anche come il fantasy (Il signore degli anelli, P. Jackson, 2001-2003), la fantascienza (Jurassic Park, S. Spielberg, 1993) e la cronaca (Titanic, J. Cameron, 1997), per citare alcuni esempi di notevole importanza, portati al massimo della loro espressione estetica grazie alle potenzialità tecnico-stilistiche del cinema digitale.
In Sin City, infatti, la nuova estetica del cinema digitale è da intendersi come un sensazionale ibrido di generi (letterari e cinematografici), di supporti (si passa disinvoltamente dal fumetto al cinema classico e al wuxia), ma anche di emozioni che non relegano lo spettatore in un angolo; quest'ultimo, al contrario, lo si vede attivo e a contatto con un cinema interattivo che tanto deve alla sollecitazione proveniente dalla tradizione del videogioco.
Gli ingredienti principali che stanno alla base del film di Miller-Rodriguez sono pertanto l’HD, il green screen e l’impiego della C.G (computer graphics). I due registi, però, tentano di andare oltre. «Non si adatta il fumetto alle possibilità espressive del medium cinema», perché lo scopo è quello di sfruttare le risorse tecniche cinematografiche in modo tale da creare un film che aderisca il più possibile al fumetto. «In un’ottica del genere, la mano – nella fattispecie quella di Frank Miller – non può che occupare un ruolo di primissimo piano» (M. Resmini); in questo senso la mano è la “matrice” di Sin City nel suo complesso, sia a livello tecnico sia a livello concettuale.

(Continua...)

doris cardinali
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