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Ricordati di me
Il nuovo film di Gabriele Muccino
con Fabrizio Bentivolgio e Laura Morante
testo alternativoDopo i ventenni tormentati di “Ecco Fatto”, gli adolescenti inquieti di “Come te nessuno mai”, i trentenni spaventati dell’ “Ultimo Bacio” ecco che lo sguardo di Muccino si concentra sulla famiglia in generale. In “Ricordati di me il punto” di vista principale è quello del padre, il sempre bravo Fabrizio Bentivoglio, ma il racconto è corale e segue le vicende della madre Laura Morante, professoressa con la passione per il teatro, della figlia Valentina aspirante starlette della tv, e del figlio Paolo, alle prese con i suoi 19 anni. La vita della famiglia sembra snodarsi su binari prevedibili e scontati, tra colleghi di lavoro spaventosi e la noia della scuola, ma arriveranno situazioni e incontri destinati a rivoluzionare la routine della casa borghese in cui la famiglia vive. Un incontro del passato per il padre Carlo, la modella Monica Bellucci, modella perché non ci azzardiamo a definirla attrice, un provino per Valentina, un amore finito male per Paolo e una prova teatrale per Giulia porranno seri problemi alla sopravvivenza stessa della famiglia.

E questa è la trama. Non amo Muccino, e questo è il primo dato di questa recensione. Caro lettore, è importante che tu lo sappia. Dalla sua nascita “artistica” con le regia di alcune puntate di “Un posto al sole” passando per gli altri suoi film ha mostrato un atteggiamento furbo e compiacente, a tratti molto consolatorio, nei confronti del suo pubblico. Eppure coniuga ad un pochezza sconcertante di contenuti ad una bravura tecnica disarmante. Già nei suoi precedenti film, specie con il piano sequenza del matrimonio nell’”Ultimo Bacio”, aveva mostrato una capacità di messa in scena rara nel panorama del cinema italiano. Qui si conferma, giocando con una leggerezza infinita le inquadrature in interni, mantenendo una ritmo perfetto almeno per la prima parte del film. Poi la tensione scema, anche in virtù di un film troppo lungo, che sfiora le due ore e dieci minuti.
Muccino ha saputo introiettare nel suo cinema gli stereotipi del teen movie americano, rendendolo italianissimo nei temi. Questo accoppia un contenuto ampiamente digeribile da parte del pubblico con una messa in scena a cui è profondamente abituato e, direi quasi assuefatto. La qualità e la grana dell’immagine sembra proprio discendere direttamente dagli Stati Uniti, mentre le questioni poste in campo rasentano un moralismo da “Porta a porta” che infastidisce chi al cinema va a cercare qualcosa di diverso dalla Tv.
Woody Allen diceva che il cinema si ispira alla vita, ma purtroppo è la vita che si ispira alla televisione. Muccino salta il passaggio intermedio, si ispira direttamente al medium più fortunato del XX secolo.
Certo è che Muccino gioca con l’immaginario del suo pubblico, con i suoi istinti e le sue paure. Perciò il sentimento di fallimento, personale e amoroso, che ognuno ha provato viene riversato nel film. Il regista non risparmia colpi bassi al suo pubblico, ma senza mai osare fino in fondo. Resta dunque sospeso in un limbo di passione, che non arriva mai ad un punto di non ritorno. Ogni azione può essere reversibile, ogni dramma ricomposto. Ed è qui che stanno le menzogne e la moderazione di un autore pavido, incapace di portare alle estreme conseguenza situazioni e azioni.
Se il suo intento era quello di mostrare il disfacimento della famiglia borghese, il suo intento è fallito. Autori come Kubrick, con il suo ultimo Eyes Wide Shut e come il compianto Pasolini con Teorema avevano già dato al tema quello che Muccino vorrebbe ma non può fare.
Umberto Eco, nelle sue analisi testuali, sostiene che la vera opera d’arte non è mai consolatoria, ma sempre problematica. Se Muccino vuole proclamarsi autore, e il suo modo di porsi di fronte ad pubblico è, indubitabilmente quello, deve abbandonare completamente il suo modo di fare cinema. Il suo è un cinema della consolazione, non della problematicità. Il fatto che i suoi personaggi siano come presi dalla vita reale è una falsificazione. La vita reale presenta una complessità che i suoi film non possono e non vogliono restituire. E che nemmeno ci provano, annacquando con sceneggiature di stampo televisivo un talento cinematografico vero, a tratti cristallino.
Non offenda né venga travisata questa critica. Non è un odio aprioristico quello che mi contrappone al Nuovo Autore Italiano, è solo che, a rischio di ripetermi, dispiace vedere sprecato un così grande talento tecnico a fronte di una sconcertante banalità del racconto.
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