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Antonio Sturla - Il Pioniere del cinema ferrarese
10 febbraio 2010, presso la Sala Boldini, alle ore 21.00
presentazione del libro di Paolo Micalizzi


MERCOLEDI' 10 FEBBRAIO 2010
ORE 21,00

PRESSO LA SALA BOLDINI - V. Previati, n° 18, FE
PRESENTAZIONE DEL LIBRO Antonio Sturla - Il pioniere del cinema ferrarese (Ed. Este Edition, 2008)

INTERVENTI DI PAOLO STURLA, RICCARDO ROVERSI, PAOLO MICALIZZI

A SEGUIRE: PROIEZIONE DI ALCUNI DOCUMENTARI DI CUI ANTONIO STURLA E' STATO DIRETTORE DELLA FOTOGRAFIA



Biografia importante, questa, curata da Paolo Micalizzi. Soprattutto perché restituisce paternità storica alla cinematografia ferrarese. Sfattando un’erronea credenza che dà per «ovvio che a far fiorire il cinema ferrarese sia stato Michelangelo Antonioni», secondo l’acquisita testimonianza di Renzo Ragazzi (cfr. p. 85), il quale contestualmente aggiunge: «È stato Antonio Sturla». Conferma ne viene subito dopo, a p. 95, per voce di Massimo Sani: «La presenza e l’opera di Antonio Sturla furono determinanti per la nascita e lo sviluppo del cinema di autori ferraresi, nel dopoguerra. Per noi giovani Antonio Sturla non era un "mostro sacro" ma la vita stessa del cinema». A. Sturla, in vero, operava nella cinematografia già a partire dal 1912, allora appena diciottenne. A motivazione del titolo del libro, Micalizzi afferma che Sturla «fu l’operatore di quello che può essere considerato il primo [sic] vero film di produzione ferrarese: "Il baratro", lungo circa 650 metri (circa 30 minuti)», p. 7, diretto da Mario Bernardi e tratto da una commedia di Carlo Gamberoni. «Antonio Sturla per girarlo adoperò una macchina vecchissima, primitiva», p. 9.

Secondo il biografo curatore, l’operatività dello Sturla «può essere suddivisa in tre periodi, anche concomitanti. / Il primo riguarda alcuni film sul fascismo ferrarese e nazionale, il secondo l’opera di cine-operatore di reportages di guerra ma anche di attualità e documentazione, il terzo l’attività di operatore di una vasta produzione documentaristica realizzata a Ferrara ed in altre città», p. 10.

Sotto il secondo aspetto, d’operatore in guerra, Sturla «ha avuto un ruolo di testimone attento […] durante la prima guerra mondiale fu al Comando del VI Corpo d’Armata come capo operatore nella sezione cinematografica». Egli documentò l’esplosione del forte Falconara nel golfo di La Spezia; diresse le riprese dell’entrata delle truppe italiane a Gorizia; e riprese l’occupazione di Verdun.

Mentre, relativamente al terzo periodo, di documentarista civile, lavorò soprattutto per i cinegiornali, «corrispondente […] per l’Emilia Romagna, il Veneto e la Toscana. Fu anche all’estero (India, Cina, Giappone, Africa) per realizzare dei servizi per conto della Società Geografica Italiana», p. 14. Dell’esperienza indiana ne è riportata traccia giornalistica alle pagine 60-70 (Diecimila Km. nell’interno dell’India. Le contraddizioni di un favoloso paese; Da Benares a Madras; Le contraddizioni dell’India. Una teoria di capanne; Madri minorenni – i primi tre servizi furono pubblicati su Voce Cattolica, in tre numeri del 1966, l’ultimo sul Corriere Padano, nel 1939). Sono reportages dal taglio innegabilmente diaristico ma d’un’intensità poetica tale da farne, tenuto conto anche della particolare geografia e dell’esempio delle situazioni sociali e civiche descritte, delle vere chicche giornalistiche.

Nel 1953, in occasione della messa in scena del documentario "Al filò" (regia di Florestano Vancini, aiuto regia di Renzo Ragazzi), per la prima volta viene introdotto il colore. È, praticamente, la nascita della Phœbus Film di Sturla. Società «che anche dopo la sua scomparsa continuerà a produrre, con la responsabilità del figlio Paolo, anch’esso documentarista», p. 22.

Con Vancini, Sturla girerà ancora "Uomini della palude", 1953; "Tre canne un soldo", 1954; "Via Romea", 1958.

Il curatore osserva che A. Sturla «ha consentito il battesimo nel cinema di Carlo Rambaldi, […] in seguito […] diventato il "mago degli effetti speciali"» aggiudicandosi ben tre Oscar ("King Kong", "Alien", "E.T."), p. 31. «Per quel documentario – scrive Rambaldi a p. 90, circa un filmato ambientato a Pila di Porto Tolle, con soggetto la pesca dello storione – avevo realizzato tre storioni elettromeccanici. Fu merito della loro realizzazione che ebbi l’occasione di farmi conoscere e di trasferirmi a Roma per continuare la mia strada che mi ha portato ad essere quello che sono oggi».

«Fosse andato a Hollywood o a Roma – è la conclusione di Micalizzi sulla panoramica di Sturla –, dove aveva avuto offerte di lavoro, forse il suo nome avrebbe avuto maggior risalto nel mondo del cinema. Ma lui, schivo com’era della notorietà, uomo abituato alla semplicità della vita e molto attaccato alla famiglia, non ha mai voluto abbandonare la sua città», p. 33. E sulla semplicità dello Sturla ne conviene il figlio Paolo dichiarando che «le sue realizzazioni […] le faceva firmare, come regia, da chi si limitava a provvedere alla stesura dei testi o ad altro tipo di collaborazione […] motivo per cui è possibile trovare, nei titoli di testa delle sue produzioni, nomi di registi sconosciuti, autori soltanto di quell’unica opera», p. 39: Antonio Sturla nel ricordo dei figli Paolo, Francesco e Piero.
(fonte: http://marinella.galletti.literary.it/)

Redazione
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