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La grande grafica giapponese
Dall’ukiyo-e all’illustrazione contemporanea
dal 14.01 al 14.02 - Accademia Albertina di Belle Arti di Torino


accademia
La mostra dedicata alla grafica giapponese rivela come la produzione dei manga – il fumetto giapponese – abbia influenzato il modo di concepire il disegno animato così come oggi lo si conosce.
Le opere esposte mostrano quel legame che unisce la tradizione “classica” giapponese a quella “moderna”, impiegando le medesime simbologie e gli archetipi letterari ricorrenti, grazie al lavoro certosino degli artisti capaci di cogliere il dettaglio e di curare ogni minimo particolare all’interno delle tavole.


L’ukiyo-e è una raffinata tecnica di incisione dai colori decisi, diffusasi durante il periodo Edo (1603-1868), che successivamente avrebbe costituito la base artistica degli attuali manga; questa espressione artistica nasce come medium proprio della comunicazione di massa. L’ukiyo-e è una sorta di stampa ricavata da incisioni fatte su tavole di legno di ciliegio, utilizzando una lastra per ogni colore.
All’interno della mostra è possibile ammirare non solo una serie di xilografie a colori di Kunisada Utagawa (1603-1868) e di altri artisti del periodo Meiji (1868-1912), ma anche vari frammenti di rari rotoli dipinti (“emakimono”) che illustrano racconti antichi come “Shuten Doji” (XVII-XVIII) in cui viene raffigurata la lotta tra un pugno di samurai e un demone rosso.
Accanto a queste opere sono esposte anche le illustrazioni originali di sette artisti, tutt’ora, attivi nel campo dell’animazione (anime) e della produzione fumettistica: vi si trovano schizzi a matita, abbozzi preparatori, disegni dipinti a olio e acquarello, e disegni finiti e pronti per diventare un prodotto editoriale o cinematografico.
ukiyo-e yamada

Breve accenno alle tappe fondamentali del manga

La lunga storia dei manga giapponesi ha origine in un tempo molto lontano che risale, addirittura, alle opere pittoriche medioevali. Pertanto risulta difficile concentrare secoli di storia in uno spazio così ristretto; si vuole semplicemente accennare ad alcuni eventi fondamentali che hanno coronato la macrostoria del fumetto nipponico, al fine di offrire una contestualizzazione all’argomento di discussione.
Tra il VI e il VII secolo il Giappone importa dalla Cina la carta, l’inchiostro e il pennello. Sarà attorno al IX secolo che si sperimenterà una particolare tecnica di disegno, detta “emakimono”. Si tratta di una sequenza di lunghi rotoli - simili al volumen occidentale, cioè, il prototipo del libro arcaico precedente al codex dei latini - disegnati e dipinti, che contengono al loro interno racconti di gesta straordinarie e di vita quotidiana. L’esempio indicativo di questa tecnica coincide con l’opera intitolata “Rotolo degli animali”, creata attorno al 1100 da un monaco di nome Toba, e determinante per la nascita del disegno umoristico giapponese.
Il termine “manga” deriva dal titolo assegnato da Hokusai Katsushika al primo dei quindici rotoli da lui creati nel 1812, ossia, “Hokusai manga”.
La composizione è basata su una serie di caricature che mescolano tratti fantastici e reali, da cui il significato della parola “manga” che corrisponde, più o meno, a “immagine caricaturale”.
Durante tutto l’Ottocento, in Giappone, un gran numero di strisce umoristiche popolano i quotidiani. Agli inizi del 1900 nascono i “kamishibai”, una forma di intrattenimento destinata a scomparire negli anni ’50 con l’avvento della Tv. Questo spettacolo consiste nella rappresentazione delle strisce disegnate, proiettate all’interno di un piccolo teatro, che raccontano una storia interpretata da un attore.
Hokusai
Negli anni ’20 e ’30 il fumetto giapponese inizia ad assumere una fisionomia precisa e la stampa popolare quotidiana sarà il primo luogo dove le vignette (“yonkoma manga”) si moltiplicano vertiginosamente, creando un rapporto di affezione con il lettore.
I fumettisti nipponici studiano i modelli dei comics americani. Dalla tradizione del fumetto americano le strisce giapponesi ereditano l’uso della “vignetta”, del “balloon” (la “nuvoletta”) e della serialità di uno stesso personaggio - elementi questi introdotti da Richard Felton Outcault, il padre dei comics e l’autore di “Hogan’s Alley” (1893), il primo fumetto americano.
“Manga Shonen” è la prima rivista specializzata per ragazzi, oggi fra le più importanti, dove Tezuka ha iniziato a pubblicare le sue opere dal 1947, ricreando ex-nihilo la tecnica espressiva dei manga.
I generi si moltiplicano e si sovrappongono tra di loro: accanto al genere fantascientifico troviamo i “gekiga manga” - fumetti d’avventura costruiti secondo un’ambientazione realistica e tecnicamente vicini alla struttura del montaggio cinematografico classico - ma si hanno anche sperimentazioni che seguono il gusto underground americano della fine degli anni ’70 del Novecento e che rivelano lati spesso violenti e narcisistici.
Negli anni ’70 le commissioni per la tutela dell’infanzia intentano svariati processi contro i manga considerati troppo violenti, ma non mancheranno altre tipologie fumettistiche didattiche che convivranno con quelle istrioniche, giocate sul non-sense e che diverranno popolarissime. É il caso di “Gaki Deka” (1974) di Yamagami che, nonostante le controversie, diverrà famosissimo grazie allo humour che lo percorre.
Tra la metà degli anni ’70 e degli anni ’80, ci sarà un vero e proprio boom all’interno della produzione fumettistica in Giappone e, attraverso i canali televisivi, il manga supererà le barriere orientali per conquistare i mercati americani ed europei.
tezuka
La forma moderna dei manga nasce dall’opera di Tezuka Osamu (1927-1989), un medico che, a conclusione della seconda guerra mondiale, intraprende la strada del fumettista.
Nel 1947 Tezuka pubblica a Osaka, sua città natale, “L’isola del tesoro” e già verso la metà degli anni ’50 la sua fama si diffonde in tutto il Giappone.
Negli anni ’60 i manga più conosciuti di Tezuka vengono trasposti in serie animate televisive; nel 1961 l’artista fonda la Mushi Productions che produrrà “Atom” (1966), “La principessa zaffiro” (1967) e “Kimba il leone bianco” (1965), manga di Tezuka che usciranno in Tv sotto forma di anime e che saranno tardivamente riconosciuti anche all’estero.
Lo stile di Tezuka trova ispirazione nei primissimi corti animati di Disney e dei fratelli Fleischer degli anni ’30. Da questi due autori provengono alcuni tratti caratteristici dei manga come, ad esempio, i grandi occhi dei personaggi. Un’altra questione interessante introdotta da Tezuka riguarda l’idea di affrontare tematiche “serie” (e violente) all’interno dei manga e dell’anime che non sono necessariamente rivolti a un’audience infantile.
Infine, la caratteristica principale che rende unico il fumetto giapponese risiede nella “colonna sonora” dei manga che, però, spesso sfugge al lettore occidentale.
I fenomeni uditivi che riguardano gli stati d’animo dei personaggi, gli agenti atmosferici e altri suoni particolari, sono messi in rilievo da specifici grafismi onomatopeici che si servono dei lessici di suoni convenzionalmente prestabiliti dalla lingua giapponese.
In merito alla grafica dei manga, si può notare come l’ambientazione di questi fumetti ricalchi il realismo fotografico e come la successione delle vignette assomigli al montaggio analitico cinematografico. Gli scenari sono statici (disegnati con il righello) e i personaggi sono stilizzati, ma “il disegno recupera a suo profitto i difetti delle immagini fotografiche [...]. Vedremo così zoom che schiacciano la prospettiva”, ma anche altri “trucchi” visivi come la dissolvenza o l’uso di particolari effetti di linee e ombre. Allo stesso modo, l’anime prenderà in prestito dal manga effetti di staticità che tradurrà, per esempio, in fermo-immagine (T. Groensteen, Il mondo dei manga. Introduzione al fumetto giapponese, Granata Press: Bologna, tr. it., 1991).
catalogo
Manga e anime sono forme artistiche della cultura popolare strettamente correlate, per via del contesto culturale e filosofico che le accomuna. Queste due arti producono opere molto raffinate, in alcuni casi, e dozzinali, in altri; ma rimane il fatto che entrambe si presentano come emblema del carattere identitario, iper-valorizzato e iper-connotato, del Giappone.
Benché le opere esposte alla mostra non siano tante, vale la pena recarsi a visitarla per ammirare i rari emakimono e gli ukiyo-e che per lungo tempo sono rimasti assopiti negli archivi dell’Accademia Albertina. Il catalogo è inoltre molto ben curato, preciso nelle indicazioni che fornisce, e gradevole da sfogliare.
Si apprende, contemplando queste tavole, che il modo di creare un manga non solo rimanda agli usi e i costumi della vita quotidiana nipponica, ma ci permette anche di riconoscere lo stile inconfondibile dei disegni e la ricchezza espressiva di queste opere che l’Occidente ha solo recentemente imparato ad apprezzare.

doris cardinali
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