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Feb 23 2010

Voce alle traduttrice: conversazione con Martina Testa

di Nicole Mistroni

Venerdì 26 Febbraio alle 18:00 al Caffè Castello e Sabato 27 alle 10:30 al Liceo Ariosto

Martina TestaParliamo oggi con Martina Testa, nata a Roma nel 1975 e seppur giovanissima con un fior di curriculum da poter vantare: è infatti attualmente direttore editoriale di minimum fax, Casa Editrice romana fondata nel 1994, ed ha tradotto una quarantina di libri di grandi autori quali David Foster Wallace, Charles D’Ambrosio, Kurt Vonnegut, Cormac McCarthy, Thom Jones. Ha inoltre curato, insieme a Marco Cassini, l’antologia Burned Children of America (minimum fax 2001) e l’edizione italiana del Futuro Dizionario d’America (ISBN edizioni 2006).

Una domanda innanzitutto: come riesce una ragazza così giovane a conciliare due attività tanto impegnative come quella di direttore editoriale e di traduttrice?

Bella domanda, me lo chiedo anch’io! Di fatto lavoro dal lunedì al venerdì in ufficio e traduco la sera e nei weekend, cioè quando dovrei avere una vita fatta di relax, rapporti umani, ecc. Quindi in certi periodi il lavoro di traduttrice va a scapito di queste cose, in altri viceversa. Sia il lavoro in casa editrice che quello di traduttrice free-lance, comunque, li faccio con enorme passione e questa mi aiuta spesso a superare la stanchezza. Inoltre, richiedono uno sforzo mentale di tipo diverso: il lavoro in casa editrice prevede la continua interazione e coordinazione con altre persone, è più caotico e frammentario; la traduzione implica stare ore davanti al computer concentrata su una sola cosa. Le due cose un po’ si compensano.


La stradaNegli incontri che si terranno il 26 e il 27 Febbraio rispettivamente al Caffè Castello e al Liceo Ariosto di Ferrara lei parlerà anche dell’attività che l’ha vista traduttrice di “La strada” di Cormac McCarthy, rinomato Best-Seller e vincitore del premio Pulitzer nel 2007. Ma come abbiamo ricordato in precedenza lei ha tradotto numerose opere dei più svariati autori. Come adatta il suo stile ogni volta ed in particolare su quali aspetti ha dovuto lavorare nella traduzione dell’opera di McCarthy?

Se ho uno stile, e sicuramente ce l’ho, lo considero un difetto. Per come la vedo io, idealmente il traduttore dovrebbe mimetizzarsi, assumere in pieno lo stile dell’autore, e non avere uno stile suo, una voce sua riconoscibile da un libro all’altro. Però è chiaro che certi tic linguistici, o anche certe scelte lessicali dipendono dalla propria appartenenza geografica, storia familiare, cultura, abitudine, e sono ineradicabili. Quindi un grado di “personalizzazione” c’è per forza. Ma dovrebbe essere minimo. Cioè se uno legge una mia traduzione di David Foster Wallace e una di Cormac McCarthy non si dovrebbe accorgere che sono opera della stessa persona. Se se ne accorge, vuol dire che non sono stata abbastanza brava.
Per McCarthy, la sfida stava nel tenersi fedeli a quella lingua secca, scarna, a quella sintassi elementare. Cercare di aggiungere il minor numero possibile di subordinate, di giri di parole (di virgole, addirittura). Ci si può riuscire solo fino a un certo punto, però, perché l’inglese è per sua natura più elementare e compatto dell’italiano, e traducendolo ci si trova per forza di cose a doverlo diluire e allungare un po’.


Qual è il libro che avrebbe voluto tradurre e non le è stato possibile (banalmente perché già tradotto in precedenza) ?

Myla Goldberg, La stagione delle api. È un romanzo che avevo amato moltissimo leggendolo in originale, ma non sono riuscita a comprarne i diritti per minimum fax; l’ha preso Fazi Editore, che ha assegnato la traduzione a un’altra persona. Sono sicura che quella di Lucia Olivieri è un’ottima traduzione, ma mi piacerebbe averci lavorato io al posto suo!


Le è capitato di conoscere l’autore di un libro che avrebbe tradotto? Qual è la sensazione che un giovane traduttore prova in un caso del genere?

Sì, ho conosciuto una gran parte degli autori che ho tradotto. Cerco sempre di mettermi in contatto con l’autore del libro (se è vivo) perché il suo aiuto è fondamentale per risolvere dubbi, frasi o espressioni che non sono sicura di aver capito. D’altra parte, anche per l’autore è bello entrare in contatto con un traduttore che gli fa domande: così ha meno la sensazione di mettere il suo lavoro in mano a un totale sconosciuto per fargli compiere un salto nel buio su cui non ha alcun controllo. Cioè, il controllo su come traduco gli autori non ce l’hanno comunque, ma almeno vedono che ragiono, che faccio domande, capiscono che ci metto impegno e precisione e questo li rassicura. In molti casi dopo questa serie di botta e risposta su problemi linguistici si è anche creato uno scambio di opinioni su questioni letterario/editoriali, e a volte una vera e propria amicizia.


Qual è il libro che ha preferito tradurre e che paradossalmente non avrebbe mai voluto finire? Cosa le ha donato questo libro?

DFWNon mi è capitato di non voler finire un libro. Dal giorno che comincio, non vedo l’ora di finire e consegnare. Per riposarmi un po’, per essere pagata (per quanto mi riguarda, la traduzione è un mestiere interessante, piacevole, gratificante, ma pur sempre un mestiere), e più in generale perché il punto è proprio quello di completare l’opera. Come un cruciverba o un’equazione: lo svolgimento è intellettualmente sfizioso, ma è una cosa che cominci per finirla.
Il libro che mi è piaciuto di più tradurre credo sia stata una lunga novella di David Foster Wallace intitolata Verso Occidente l’impero dirige il suo corso, è quello che mi ha impegnata di più e man mano che, pezzo per pezzo, lo macinavo e riuscivo a renderlo in italiano, mi sentivo molto orgogliosa. È stato un bel corpo a corpo, insomma. Ma come dicevo prima, per me l’atto del tradurre è fondamentalmente la risoluzione di un problema intellettuale, quindi in sé mi dona soprattutto il piacere di un lavoro ben fatto. Ciò che poi un libro mi dona a livello di arricchimento spirituale, di coinvolgimento, di emozione, di comprensione della realtà ecc. me lo dona comunque in quanto lo leggo, e non perché lo traduco.


Nel caso opposto le è capitato di dover tradurre un’opera che, detta in parole povere, non le piaceva? Che rapporto instaura un traduttore con un libro che trova brutto?

Non mi pare di aver mai lavorato su un libro che trovavo brutto. Magari su libri che non mi convincevano in pieno, in cui trovavo dei difetti. In questo caso, non so come funziona per gli altri, ma per quanto mi riguarda, semplicemente, ho meno voglia di lavorarci e quindi mi viene difficile mettermici tutti i giorni, sono pigra, rimando. Però, in genere, i libri che mi sono piaciuti meno erano anche libri linguisticamente e stilisticamente più facili, quindi la traduzione in sé non è mai stata faticosa. Al limite, era poco stimolante: ma non una sofferenza. Viceversa, i libri su cui ho “sofferto” di più erano libri che mi piacevano molto.


Ed infine, come sceglie i libri da trasporre in lingua italiana? Ha continuamente nuovi progetti in cantiere? E le è permesso fornirci qualche anticipazione?

La maggior parte dei libri che sono incaricata di scegliere io a minimum fax sono libri di narrativa angloamericana. Li scelgo perlopiù sulla scorta del mio gusto personale: li scelgo se mi sembrano libri originali, difficili da paragonare ad altri, difficili da riassumere in poche parole, letterariamente e stilisticamente complessi; se mi sembra che l’autore abbia uno sguardo penetrante sulla realtà, che sia in grado di farmi vedere le cose che conosco in modi inediti, di farmi scoprire aspetti nuovi del mondo, e in questo modo di emozionarmi, commuovermi, catturarmi. Questo tipo di libri, in media, commercialmente va malissimo. Negli ultimi tempi quindi devo far entrare in gioco altri elementi, elementi che ne facilitino un po’ la vendibilità: una trama lineare, ad esempio, senza troppi sperimentalismi, o un soggetto o un tema portante che sia facile da individuare e in cui molti lettori possano identificarsi. Libri un tantino più facili, insomma, pur senza scadere nella banalità. Gli ultimi due titoli statunitensi che ho acquistato per minimum fax sono i nuovi romanzi di due autori già nel nostro catalogo, che continuano a sembrarmi fra le voci più personali e interessanti della scena contemporanea americana: Sam Lipsyte e Aimee Bender. E poi, proprio un paio di giorni fa, ho comprato i diritti del secondo romanzo di Catherine O’Flynn, una scrittrice britannica che un paio d’anni fa, al suo debutto (per una piccolissima casa editrice indipendente), è stata in patria una vera rivelazione, vincendo alcuni fra i maggiori premi letterari del paese e arrivando come finalista perfino al Booker Prize. Il suo primo romanzo è stato pubblicato in Italia da un editore più grande, ma non si è fatto altrettanto notare; con questo secondo speriamo di riuscire ad accreditarla noi presso la critica e presso i lettori come una voce importante della narrativa contemporanea in lingua inglese.


Ringraziamo nuovamente Martina Testa per la sua disponibilità e vi invitiamo numerosi ai due incontri con lei, che si terranno:
Venerdì 26 Febbraio alle ore 18:00 al Caffè del Castello
e
Sabato 27 Febbraio alle ore 10:30 al Liceo Ariosto


Scritto da: Nicole Mistroni

Data: 23-02-2010

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