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Alice In Wonderland
di Tim Burton
la piccola donna cresce


Cappellaio Matto: “C'è un posto che non ha eguali sulla terra... Questo luogo è un luogo unico al mondo, una terra colma di meraviglie mistero e pericolo. Si dice che per sopravvivere qui bisogna essere matti come un cappellaio. E per fortuna io lo sono” (dal teaser del film).
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Tit. originale: id.
Regia: Tim Burton
Soggetto: Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie e Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò di L. Carroll (1865 e 1871).
Interpreti: Mia Wasikowska, Johnny Depp, Helena Bonham Carter, Anne Hathaway, Crispin Glover, Marton Csokas, Eleanor Tomlinson, Frances de la Tour, Matt Lucas, Stephen Fry, Alan Rickman, Christopher Lee, Michael Sheen, Timothy Spall, Noah Taylor, Michael Gough
Produzione: Peter M. Tobyansen per Walt Disney Pictures, The Zanuck Company, Team Todd, Tim Burton Animation Co.
Distribuzione: Walt Disney Pictures
Origine: Usa 2010
Durata: 108 min.
Uscita nelle sale: mercoledì 3 marzo 2010

Sin da bambina, Alice (M. Wasikowska) sogna spesso un mondo fantastico, il Paese delle Meraviglie, che le compare sotto forma di visioni, e per questo motivo crede di essere matta. Divenuta ormai una giovane donna, Alice è costretta dalla madre e dall’alta società inglese a sistemarsi, e quando si reca al ricevimento organizzato all’uopo la giovane scappa, inseguendo il Coniglio Bianco (M. Sheen) con tanto di orologio da taschino e di panciotto, ma precipita in un buco che la conduce in uno strambo mondo parallelo. Spaesata, Alice si convince di essere nel suo sogno, ma non ne capisce bene il motivo. Lungo la strada incontra dei vecchi amici come lo Stregatto (S. Fry), il Cappellaio Matto (J. Depp), il Leprotto Bisestile (N. Taylor), il Brucaliffo (A. Rickman) e la tremenda Regina Rossa (H. Bonham Carter), che certo sua amica non è, e che opprime il popolo del Paese delle Meraviglie con la sua tirannia, da quando ha detronizzato la saggia e dolce Regina Bianca (A. Hathaway). La missione di Alice, secondo l’oracolo, è quella di riportare l’equilibrio nel Paese delle Meraviglie.
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Alice In Wonderland è un film che ha deluso i burtoniani doc; il motivo di tale delusione è forse da ricercarsi nell’intreccio fiabesco e conformista proprio dello stile disneyano che caratterizza questo film.
L’Alice di Burton è, infatti, una piccola donna cresciuta e completamente decisa a far valere le sue doti manageriali dopo aver sconfitto la Regina Rossa ed essere ritornata dal Paese delle Meraviglie.
Dare forma e credibilità ai sogni e all’immaginario adolescenziali non è, anche se si tratta di cinema, un’impresa facile. Le opere di Carroll e Burton si sono finalmente incrociate e questa pellicola ha corso molti rischi.
L’itinerario artistico di Burton, fino a ora caratterizzato dal manierismo, inteso come fase che segue lo stile quando diviene inconfondibile e ossificato, perché indissolubilmente legato al suo autore, ha qui cercato una via di fuga dal mondo dei sogni, optando per la strada più breve, quella di un finale conforme alla fiaba con alcuni tocchi eccessivamente bizzarri (micidiale la “deliranza” eseguita dal Cappellaio Matto).
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È chiaro che il sequel, per ragioni logistiche, abbia dovuto attenersi a uno spartito rigido, vale a dire la struttura dei romanzi di Carroll e il prequel della Disney del 1951.
Eppure, è nei colori, nella tecnica animata in 3D e nel trucco dei personaggi che andrebbe ricercata l’originalità (perduta) del re dell’animazione. Notevole la battaglia dei due eserciti delle rispettive regine, in cui le carte si battono contro gli scacchi.
Gli attori sono bravissimi e volutamente sopra le righe, ma la coscienza che questo fantastico mondo, Wonderland, se ne sia andato, lascia spazio alla malinconia e all’incredulità.
Alice compie e porta a termine il viaggio iniziatico, aprendo le porte al mondo adulto e lasciandosi alle spalle la dolce spensieratezza dell’infanzia, questo è evidente.
Tuttavia già in Neverland di Marc Forster (2004), è presente un indizio che ci porta alla conclusione dell’impossibilità di vivere, oggigiorno, i mondi incredibili in maniera totalizzante. I fondali, le nuove tecnologie e l’ironia sono le armi che determinano la scissione di un patto sacro, quello atavico che presuppone la credenza incondizionata in quel che si vede e si legge. Siamo forse talmente bombardati dai media al punto tale da essere narcotizzati e immuni dalle immagini della fantasia? Inutile, infatti, l'impiego del 3D per una pellicola come questa...
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Se il film di Forster con “l’isola che non c’è” intende sottolineare il passaggio sofferto dall’età dell’innocenza all’età della coscienza dell’esserci e del non-esserci (la morte), l’ultima pellicola di Tim Burton, ritorna su questo percorso. La formazione di Alice e la sua conseguente consapevolezza di avere degli obblighi nei confronti della sua famiglia e della società in cui vive la allontanano per sempre dal Mondo delle Meraviglie. Dell’esperienza fantastica le rimane un segno tangibile, la profonda ferita sul braccio destinata a cicatrizzarsi come il mito dopo la storia.
“Perché un corvo è come una scrivania? Perché tutti e due hanno le penne” (Burton dixit!).
Sarà proprio su una scrivania che Alice appoggerà una grande mappa sulla quale riversare i suoi sogni. La sua fantasia sarà impiegata per allargare l’orizzonte del commercio che la porterà a esplorare altri lidi e altri Paesi. Niente è impossibile, a meno che non si pensi il contrario.

doris cardinali
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