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007-La morte può attendere
Il pensionamento può attendere
Di Lee Tamahori
007 la morte può attendereCATEGORIA: Flatline

Un agente segreto viene tradito e cade in trappola mentre sta compiendo una missione nella Corea del Nord. Rimarrà prigioniero fino a quando i servizi segreti inglesi non decideranno di scambiare la sua liberazione con quella di un pericoloso criminale. L’agente segreto si trova ormai fuori dai giochi, nessuno vuole più affidargli un compito. Ma il suo nome è Bond. James Bond.

40 minuti di noia, questo è il prezzo da pagare per vedere il nuovo episodio della serie dedicata all’agente segreto al servizio di Sua Maestà.
La parte iniziale di “Die another day” proprio non convince: ad una discreta sequenza d’azione fanno da contraltare una lunga serie di momenti privi di mordente, conditi da dialoghi spenti e da una trama che pare inerpicarsi in una complessità che non sembra in grado di gestire.
La regia di Lee Tamahori è statica ben al di là di quanto richiederebbe la totale assenza di scene d’azione. E lo stile che ha da sempre contraddistinto le avventure di 007 purtroppo latita: Pierce Brosnan sembra improvvisamente non tagliato per la parte, e Halle Berry, uscendo dall’acqua, perde miseramente il confronto con Ursula Andress.

Quando ormai ci siamo rassegnati a mandare in pensione il caro vecchio Bond, ecco che il film decolla. Ed è curioso quanto questa resurrezione cinematografica corrisponda alle intenzioni della produzione e degli sceneggiatori. “007-Die another day” è il ventesimo episodio della serie, e pare che si sia deciso di farne il capitolo “consapevole” del fatto che il personaggio sia in giro da così tanto tempo. Ed ecco che la prima parte con le sue lentezze e la sua mancanza di fascino sembra quasi “fatta apposta” per sottolineare l’appannamento del “personaggio-Bond”, suggerendo nello stesso tempo il rischio di invecchiamento del “Bond-icona del cinema d’azione”, ormai minacciato da cloni cinematografici più giovanili quali “XXX” e “The Bourne identity”.
Ma questa lettura andrebbe certamente persa se il film, come il suo protagonista, non riuscisse ad alzare la testa nella seconda parte.

Cosa succede dopo i primi 40 minuti?
Succede innanzi tutto che Lee Tamahori si ricorda di quando lo consideravano un buon regista, e da al ritmo del film una salutare accelerata, giocando molto bene le carte a disposizione delle scene d’azione (anche se 160 milioni di dollari sembrano davvero un’enormità).
La stessa trama acquisisce motivi di interesse. Si semplifica notevolmente e introduce un “cattivo” significativo nel suo essere decisamente “simile” a Bond. Ma è tutto il film ad essere cosparso di riferimenti alla perdita di smalto e unicità dell’agente 007, ed è quindi un piacere ritrovarlo nella seconda parte ancora impeccabile e letale, come preda preferita una bella donna piuttosto che il criminale di turno.
Il film ritrova vigore anche per quel che concerne i momenti di ironia: le battutacce finalmente vanno a segno (e Miss Frost, la Bond-girl numero 2, è un adorabile stereotipo) e il confronto di 007 con i nuovi e vecchi gingilli tecnologici (tipici della serie) è uno dei momenti più riusciti (sperando che il doppiaggio non faccia disastri)

In definitiva si tratta del film che tutti si aspettavano, ma con una buona realizzazione nella seconda parte. Peccato che ciò che di buono si è detto debba compensare il brutto film che abbiamo visto nei primi 40 minuti. L’unico elemento di novità sembra essere costituito dall’ambizione di scherzare in maniera metacinematografica sul possibile accantonamento del personaggio in caso di insuccesso.
Scommessa vinta: preferiamo senza dubbio lo stile di Bond a quello tamarrissimo di Vin Diesel e all’insipido Matt Damon.
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