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Toy Story 3 – La grande fuga
di Lee Unkrich
Ho un serpente nello stivale!


Alla mia bambola Paoletta
e agli altri giocattoli
che hanno allietato la mia infanzia

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Tit. originale: Toy Story 3
Soggetto: John Lasseter / Regia: Lee Unkrich
Interpreti: Tom Hanks, Michael Keaton, Joan Cusack, Tim Allen, John Ratzenberger, Wallace Shawn, Don Rickles, Ned Beatty, Jodi Benson, Estelle Harris, Timothy Dalton, John Morris, Jeff Garlin, Bonnie Hunt, Kristen Schaal, Whoopi Goldberg, Blake Clark, Laurie Metcalf
Produzione: Pixar Animation Studios, Walt Disney Pictures
Distribuzione: Walt Disney Studios Motion Pictures
Origine: Usa, 2010
Durata: 109 min.

Già in Toy Story 2 - Woody e Buzz alla riscossa, 1999) si percepiva un forte senso di melanconia per questi giocattoli, costretti a essere abbandonati dai loro amici di giochi, i bambini.
Andy (J. Morris - v.o.), divenuto ormai grande, sta per andare al college, e la sorte di Woody (T. Hanks), Buzz Lightyear (T. Allen), Jessie (J. Cusack), Rex (W. Shawn), Slinky (B. Clark), Hamm (J. Ratzenberger), Mr. e Mrs. Potato (D. Rickles e E. Harris), Barbie (J. Benson) e compagnia, è quella di finire in soffitta. Tuttavia, a causa di una svista della madre di Andy (L. Metcalf), il destino del gruppo cambia, ed essi vengono donati all'asilo Sunnyside. Quel che in principio sembra un perfetto idillio per i giocattoli, che lascia comunque dubbioso Woody, si rivelerà essere un inferno: dai bambini piccoli e inadatti a giocare con loro, fino alla dittatura del sinistro Lotso (N. Beatty), un tenero orsacchiotto che profuma di fragole. L’abilità dello sceriffo e la compatta unione tra gli amici giocattoli ancora una volta trionferanno.
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C’è indubbiamente qualcosa di speciale in questa trilogia, tanto diversa da Shrek (Dremaworks, 2001), quanto lontana da L’era glaciale (Blue Sky Sudios, 2002), che ha però anticipato e rivoluzionato l’assetto dell’animazione hollywoodiana, rimanendo estremamente fedele alla poetica degli studios della Pixar, inaugurati dal capolavoro di John Lasseter, Toy Story, nel 1995.
Cosa ha di così speciale questa saga? Prima di tutto il fatto che la tecnologia venga ritenuta un’arte a tutti gli effetti. L’animazione della Pixar, ormai divenuta ben riconoscibile, ha infatti il merito di aver compiuto un passo in avanti rispetto ai classici della Disney, i quali rimangono, in ogni caso, veri e propri capolavori dell’animazione statunitense che non sono stati scalfiti dal tempo.
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Se precedentemente il termine “animazione” coincideva con l’entertainment dedicato al pubblico infantile – secondo il punto di vista culturale dell’Occidente – oggi i prodotti della Pixar sembrano essere destinati sia ai grandi sia ai piccini.
Non si chiama in causa solo la complessità dell’animazione in 3D, si presti attenzione alla mimica dei personaggi e alla cura dei fondali resi con un gusto estetico e artistico vicini all’iper-realismo, ma anche vari gradi di interpretazione. Casi esemplari sono dimostrati dai meravigliosi fondali (in entrambi i sensi) di Alla ricerca di Nemo (2003) e dall’espressività fisica dei personaggi del commoventissimo Up (2009), ma anche dagli occhi delle tenere formiche di A Bugs Life – Il megaminimondo (1998).
A livello tematico e contenutistico queste pellicole sono inoltre connotate dall’arguzia, da quella capacità di riuscire a cogliere il proprio tempo con ironia e ingegno, in “nome di un cinema che non vuole mai abdicare all’intelligenza e alla fantasia, forse perché si rivolge al pubblico più esigente e sofistico che esista: quello dei bambini” (P. Mereghetti).
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Al pari dei film live action e del cinema mainstream i cartoni della Pixar sono costruiti sulla citazione, dall’allusione all’omaggio fino all’auto-citazione, con una certa dose di umorismo che strizza l’occhio allo spettatore accorto, capace di cogliere nel testo i diversi gradi di interpretazione e la complessità citazionista delle opere.
Chi non riesce a cogliere tutti, o buona parte dei riferimenti, non rimarrà comunque deluso da queste pellicole, perché verrà conquistato dal gusto della narrazione e della comicità delle situazioni. Gli intrecci sono effettivamente un altro punto forte delle opere della Pixar.
Il modo di narrare e costruire la storia è, in un certo senso, anti-disneyano: ci sono sì i buoni sentimenti e sani valori per cui valga la pena lottare, come l’amicizia, esaltata nella trilogia di Toy Story, ma l’equilibrio dello statu quo si sfalda nella convinzione che la crisi dello Stato sociale – inaugurata dalla presidenza di Bill Clinton (dal 1993 al 2001) – comporti una disillusione del welfare americano, modello a cui il mondo occidentale anela. Non resta che la speranza in un avvenire migliore che risiede nella lungimiranza: “Verso l’infinito e oltre!”.
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Toy Story 3 sancisce il passaggio del testimone da una generazione all’altra, invocando proprio la speranza,benché il futuro sia incerto; la piccola Bonnie erediterà il giocattoli di Andy, perché egli “ha saputo” che ne avrà cura.
Questo passaggio costituisce anche una curiosa morale ecologista e anti-consumista, elogiando la filosofia del riciclo: i giocattoli sono per lo più fatti in plastica, materiale di uso comune ricavato dal petrolio e inquinante per l’ecosistema, poiché di difficile smaltimento.
Come la sorte dell’umanità, anche quella dei giocattoli, costretti in una sempiterna infanzia e destinati all’oblio o allo smaltimento tra i rifiuti, è incerta; su di essi pesa la spada di Damocle, il famoso serpente nello stivale di Woody.
Il dolore e la perdita, infatti, si rinnovano con la crescita dei bambini, così come la gioia si rinnova con l’arrivo di un altro compagno di giochi, finché dura.
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Altro aspetto importante, per non dire fondamentale, che riguarda il pacchetto Toy Story, è quello commerciale strettamente legato alle strategie di marketing.
Analogamente alla moda, anche il business dell’industria dei giocattoli entra nel testo filmico in maniera dialettica, attuando un discorso meta-cinematografico: i giocattoli della fiction vengono comparati ai giocattoli veri e propri da un punto di vista strettamente merceologico.
Lo schermo del cinema e quello della Tv sono il ponte che unisce la fruizione della pellicola e dei DVD in blue-ray al consumo dei prodotti legati alla trilogia; nel secondo episodio, per esempio, Rex gioca al videogame di Buz Lightyear, scoprendo in seguito un libro che rivela come sconfiggere Zorg, e uno spot racconta invece la vita commerciale del prodotto Woody al quale sono legati altri gadgets (collezionati da un maniaco che vuole vendere quest’ultimo a un museo di giocattoli). Questa sorta di archeologia del giocattolo segue il percorso tipico della naturale vita di un prodotto sul mercato.
In questo senso si ritorna al concetto del product placement ovvero dell’inserimento più o meno evidente di prodotti indissolubili dal marchio della Pixar; la tecnologia funge non solo come arte, ma anche come arma contro il declino dell’industria cinematografica.
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Interpreti di primo ordine concorrono, infine, a completare l’opera; oltre alle voci di Tom Hanks (v.i. - Fabrizio Frizzi), Tim Allen (Massimo Dapporto) e Joan Cusack (Ilaria Stagni), nel terzo episodio arrivano anche quelle di Michael Keaton (Ken - v.i. Fabio de Luigi), Timothy Dalton (l’istrice Mr. Priklepants), Teddy Newton: Lifer (Telefono chiacchierone – Gerry Scotty), James Anthony Cotton (Chuckles il clown – Giorgio Faletti) e Whoopi Goldberg (il polipo viola Stretch); Jodi Benson dona la voce a Barbie, impeccabilmente doppiata dall'attrice nostrana Claudia Gerini.
Simpatici i nuovi personaggi, soprattutto il vago Ken, mitici come sempre i soliti: Buzz, resettato nella modalità spagnola, Woody, impegnato nelle strategie di fuga, la “Godzilla imbranatilla” Rex, e gli alieni del Pizza Planet, assolutamente egoreferenziali, che salveranno la situazione grazie all’“artiglio”.

doris cardinali
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