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Chicago
Il musical che farà incetta di Oscar
Con Renè Zellwegger
testo alternativo CATEGORIA: Film da grande pubblico, con stile

Chicago è il film che, probabilmente, farà man bassa di Oscar ques’anno. E a ragion veduta: è un musical, e l’Accademy Award tenderà a risarcire il genere che l’anno scorso con Moulin Rouge, è stato penalizzato. Gli attori sono un trio di star, quella maschile ormai affermata, le due femminili verso un divismo sempre più forte. In più è ben confezionato, scorre ritmato e scontato verso un finale conciliante e divertente e lascia allo spettatore un senso di pienezza espressiva. Certo, non è un capolavoro quale il musical di Lhurman, né però pretende di esserlo; non c’è cinefilia, o quantomeno la cinefilia non diviene cifra stilistica del lungometraggio. Il musical, infatti, è un genere altamente codificato, perciò non si pretende da un esponente la rivoluzione copernicana. Ma mentre Lhurman utilizzava il suo film per onorare la storia del cinema, Chicago usa la storia del cinema, ed in particolare quella del musical, per rendere il suo film una sintesi moderna del passato glorioso del genere. Ma non ignora nel contempo la contemporaneità, infatti il numero musicale del carcere, in cui 6 omicide raccontano in musica la loro storia, è ispirato al lavoro che Bjork ha fatto su Dancer In The Dark, utilizzando i rumori del mondo per formare la musica e le canzoni.
Il film è una sorta di racconto morale sulla fama e sulla sua caducità. Roxie è una ragazza che sogna di essere una star nella Chicago degli anni 30. Arriva ad uccidere per i suoi sogni frustrati, e diventa una stella una volta in carcere. Attorno a lei il mondo: un avvocato bello e avido, interpretato da Richard Gere e star del cabaret come una poco scintillante Cathrine Zeta Jones. Alternando frammenti di parlato e numeri musicali in funzione narrativa, il film procede a sbalzi, alternando momenti riusciti ad altri più deboli, lasciando però una sensazione di freddezza diffusa, nota del fatto che il film non riesce mai a sollevarsi e a volare veramente alto.
E tutto questo indica che il giocattolo funziona per l’Oscar. Non è un capolavoro, infatti, ma un solido e ben confezionato film medio, di quelli che hanno reso grande l’industria cinematografica americana. E se dovesse realmente vincere molti premi per noi sarebbe una grande delusione: da un lato priverebbe due grandissimi film come Il pianista e Gangs of Ny dei premi più importanti, e dall’altro suonerebbe come una presa in giro per il grande musical dallo scorso anno, quel Moulin Rouge che riusciva nell’impossibile intento di dare nuova linfa ad un genere che sembrava aver smarrito la strada del successo.
Per il resto il difetto più grande dell’opera, oltre ai momenti di sopraccitata freddezza, è la banalità del tema portante: quello della caducità della fama. Argomento sfruttato e abusato, visto e stravisto, macinato da decenni di cinema e sul quale Chicago gioca e imperversa, senza aggiungere nulla al vasto repertorio del già mostrato.
Due parole per gli attori: ad una sempre brava Zellwegger si contrappone una Zeta Jones che appare fuori ruolo, imbambolata e freddissima, senza avere il carisma di una vera dark lady, mentre il gigioneggiante Richard Gere, sorriso sempre pronto e interpretazione piena di cliché.
Ma non ci sono solo difetti: alcuni numeri musicali sono particolarmente azzeccati, come quello della prigione o l’arringa a ritmo di tip tap. Bastano per rendere il film gradevole e guardabile, giusto lavoro medio per godersi una serata al cinema in compagnia di un genere che si riteneva destinato alla sparizione e che mostra, invece, una straordinaria modernità e una inaspettata capacità di coinvolgere un vasto pubblico.
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