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Festival Internazionale del Film di Roma 2010 - 1
29 ottobre - 1 novembre
INCONTRI, PELLICOLE, MOSTRE ED EVENTI


shiseido

Incontro con M.me Fanny Ardant – 29 ottobre 2010

Difficile rimanere immuni dal fascino di Fanny Ardant, una delle icone indiscusse del cinema francese, ambasciatrice, qui al festival di Roma, non solo dell’eleganza e della bellezza, ma anche della tenacia con cui sostiene il cinema, e l’arte in generale, nella speranza che si possa cambiare “la faccia del mondo”, come auspica l’attrice stessa.
Partendo da questo presupposto, l’Ardant presenta il suo cortometraggio Chimères Absentes nel quale figura anche come attrice.
Il corto, girato presso Formello, racconta, attraverso una descrizione edulcorata, fortemente simbolica e retorica, come si possa tentare di abbattere il muro del pregiudizio, scoprendo così la complessità, la ricchezza e la bellezza della cultura Rom o, come lei stessa preferisce definirli, degli zingari.
Intento dell’Ardant è stato quello di mettere in scena non tanto un documentario, quanto piuttosto “un inno d’amore a un mondo”, quello Rom che la società rifiuta, spesso, di conoscere e che lei ha voluto descrivere, mettendo in rilievo l’arcana unione di questo popolo nomade alla natura libera.
Chimères Absentes mette in scena un sogno, un’utopia, il non-luogo dello spirito di questo popolo, il cui lato festoso implicitamente rimanda all’etimo della parola “zingaro”.
“Preferisco il clichè dello zingaro allegro e amante della musica, dice l’Ardant, piuttosto che cadere nella trappola dell’ignoranza e intendere il termine zingaro nella peggiore accezione, come si usa oggi”.
Se il corto fosse stato un lungometraggio, Fanny Ardant avrebbe descritto il lato violento della vicenda, spiegando che “la violenza trasforma le persone, perché è insito nella natura umana, ed è attraverso lo scontro che si giunge a una soluzione risolutiva. Noi [occidentali] siamo dei bugiardi, perché fingiamo di essere uomini civilizzati”.
“Essendo io un’attrice” ha affermato l'Ardant “non entro nel merito della lotta politica, ma parlo nel nome dell’essere umano, preferisco parlare di diritti umani” e il cinema è quell’arte perfetta, al pari della muscica e della danza, capace di “entrare nell’anima della gente”. Il cinema è cultura, e “senza cultura, conclude Fanny Ardant, saremmo solo delle pecore”.
Durante l’incontro Madame ha anche ricordato François Truffaut, scomparso 26 anni fa, dicendo di lui: “la marca di un grande regista sono l’entusiasmo e la passione. Posso dire che lui trasmettesse tale energia e che per questo fosse in grado di rendere magnifici i suoi personaggi”.
Sicuramente, oggi, Fanny Ardant è stata capace di infondere energia alla platea, trasmettendo la sua passione per la vita.


Roma Film Fest 2010/ 30 ottobre

ROMA CAPITALE. È proprio vero, soprattutto in questi giorni in cui il red carpet del Festival Internazionale del Film vede sfilare attrici, attori, produttori e cineasti di tutto il mondo.
La giornata del 30 ottobre, infatti, ha avuto inizio con un film proveniente dall’estremo Oriente.
Dalla Corea del Sud giunge nelle sale del festival Shimjangii-Thyney (My Heart Beats) della regista Eunhee Huh.
Una donna sta mangiando voracemente un organo umano, imbrattandosi la bocca e le mani di sangue. Il pasto succulento e macabro è un cuore, e tutto fa pensare a un grottesco gore movie. In realtà, la pellicola mette in mostra l’“educazione” sentimentale di una donna matura che di giorno insegna e di notte si trasforma in un’inesperta pornostar (like a virgin!).
My Heart Beats, riflettendo sulla veridicità o meno del cinema porno e di quello erotico-sentimentale, racconta con ilarità grottesca le ragioni delle inibizioni: come dire, pubbliche virtù e vizi privati. Un film ironico questo, capace di ovviare qualsiasi empasse moralistico, grazie soprattutto al volto perlaceo della protagonista (Dong-Sook You) che, nel suo piccolo, riesce a liberarsi dalle convenzioni sociali per ritrovare il ritmo del suo cuore.

Il media partner della 5° edizione del festival è la RAI che partecipa anche come produttore di ben sette lungometraggi e un documentario. Il padre e lo straniero è uno di questi assieme ad altri titoli in concorso come La scuola è finita, Gangor, Io sono con te e Una vita tranquilla.
Il padre e lo straniero di Ricky Tognazzi, opera fuori concorso, narra l’incontro apparentemente casuale di due padri che condividono la sofferenza di essere genitori di due figli disabili. L’uno è un italiano che ha paura di relazionarsi con il bambino, l’altro è un ricco siriano che pian, piano insegna al primo come amare il proprio figlio. Accanto a questa storia di forte amicizia si nasconde, però, un mistero celato dell’ambiguo siriano, ma la forte lealtà che lega i due padri, alla fine, risolverà ogni enigma.
Tognazzi porta al festival un film ingarbugliato, fortemente incoerente nella sceneggiatura, caricando fino all’esasperazione i sentimenti dei personaggi. Che cosa volesse dire il film, rimane oscuro. Sospensione ruffiana del giudizio da parte del regista o anatomia di un dramma?
Restano comunque poetiche le panoramiche che si dilatano sul deserto siriano, avvalorate dalle affermazioni affatto banali dello “straniero” che, per certi versi, ricorda quello di Camus.

Segue il documentario Bhutto di Duane Baughman, presente in sala assieme al produttore Mark Siegel, sceneggiato da Johnny O'Hara. La pellicola ripercorre la storia dell’odierno Pakistan che si è sviluppata a ridosso dell’ascesa e della caduta della dinastia Bhutto, paragonata a quella dei Kennedy per via delle idee politiche progressiste e populiste, ma anche per il tragico destino che ha segnato la vita di questa famiglia.
Al centro dell’azione c’è, però, Benazir Bhutto, figlia del carismatico leader pakistano Zulfikar Ali Bhutto il quale, dopo l’indipendenza dall’India nel 1947, diventa Primo Ministro (carica ricoperta dal 1971 al 1977).
Benazir, dopo l’impiccagione del padre, decretata dal regime del generale Muhammad Zia ul-Haq, decide di seguire le orme del padre, divenendo anche lei Primo Minestro per ben due volte, nonché la prima donna mussulmana a ricoprire tale carica.
Come ha detto il regista, girare questo documentario ha comportato non poche difficoltà, e per mantenere un giusto equilibrio tra le parti sono stati intervistati sia personaggi politici che l’amavano sia coloro che la detestavano.
Dare ritmo e tono, condensando oltre settantacinque ore di materiale audiovisivo, non è certo un’impresa da poco. Il cinema ha riportato alla luce il dolore e la forza di una donna singolare: Benazir Bhutto è la donna che “vive” due volte, grazie alle testimonianze di chi l’ha conosciuta, delle sue figlie e dei media.
Nel bene e nel male, Benazir Bhutto, ha asserito il produttore, ha lasciato un segno indelebile, e ha ispirato le donne mussulmane e non di tutto il mondo, affinché non accettino le barriere sociali e politiche. Mark Siegel che ha conosciuto personalmente la B.B. politica, l’ha ricordata dicendo: “Benazir è stata una delle donne più coraggiose che io abbia mai conosciuto. Lei mi ha reso una persona migliore, e mi manca ogni giorno che passa”.

Replica oggi di Haevnen (In A Better World) pellicola tanto straordinaria, quanto suggestiva, di Susanne Bier, presente in sala assieme al cast e al produttore. Il film descrive la violenza: da quella quotidiano che si consuma in ambito familiare a quella cruento dei paesi sottosviluppati in perenne stato di guerra. Una sorta di Mystic River danese che rifiuta, però, di chiudersi nella sfiducia, ampliando il raggio d’azione per estendere la riflessione a realtà differenti da quelle europee.
Molto bella la fotografia tenue che sembra voler avvolgere la speranza in un mondo, se non perfetto, almeno migliore.

“Occhi sul mondo” è la sezione dedicata al cinema e alle arti: quest’anno la 5° edizione ha dedicato la propria attenzione al Giappone. Dalla rassegna dedicata al grandissimo Kurosawa-san, alle installazioni e alla mostra di Mika Ninagawa, fino alla retrospettiva in onore alle opere più belle dello Studio Ghibli, l’atmosfera è impregnata di eleganza zen e arte ammaliatrice, come solo il Sol Levante è in grado di incantare.
Per chi non lo avesse visto, non si perda domani, 31 ottobre, quella che è, forse, la più bella pellicola di Miyazaki Hayao - assieme a La Città Incantata - Kaze no tani no Naushika (Nausicaa della valle del vento, 1984). Oggi dello stesso autore ha avuto luogo la proiezione di un altro classico molto bello, Kurenai no buta (Porco Rosso, 1992).


Roma Film Fest 2010/ 31 ottobre e 1 novembre

Giornata fiacca ieri, 31 ottobre, per i divoratori di pellicole, poiché le opere più interessanti hanno richiamato tanti spettatori, esaurendo così in poco tempo tutti i posti disponibili.
Tra le pellicole proiettate durante la giornata del 31 ottobre, si segnalano il bellissimo e intenso Na Putu (vedi speciale Berlino 2010) della bosniaca Jasmilla Zbanic, calorosamente accolto alla scorso edizione della Berlinale, assieme a My Name Is Khan il cui ingresso al festival è stato preceduto da una rappresentazione di danza orientaleggiante piuttosto kitsch. Ieri sono stati inoltre presentati i primi 20 minuti dell’attesissimo Dylan Dog: Dead Of Night di Kevin Munroe.
Nigel Cole, invece, dopo essersi distinto con brillanti commedie inglesi come L’erba di Grace (2000) e Calendar Girls (2004), presenta al festival il suo We Want Sex, film in costume che racconta la dura realtà delle operaie inglesi di provincia durante i mitici anni ’60, e che vede al suo interno un cast strepitoso tutto al femminile.
Benché l’atmosfera di quegli anni, ben resa in We Want Sex, porti a sublimare la pesantezza del contenuto, la morale lascia comunque dubbiosi, vieppiù se si mettono in atto quei nessi logici propri del racconto che, nonostante la storia sia lontana da noi (anni ’60 del Novecento), ci portano a riflettere sulla condizione precaria in cui giovani e vecchi lavoratori si trovano oggigiorno. Le battaglie tanto osannate che si sono combattere un tempo, affinché i diritti umani e dei lavoratori non venissero più messi in discussione, sono oggi il pallido ricordo di un glorioso passato?

Se capita di trovarsi in un momento di difficoltà in cui la scelta dei film sembra mettere in crisi i programmi della giornata, risulta confortante poter contare sulle varie manifestazioni collaterali al festival come l’omaggio del 50° anniversario de La dolce vita di Federico Fellini (1960).
Nel programma vengono infatti segnalate svariate mostre dedicate al Maestro romagnolo come 1960. Il mondo ai tempi della dolce vita (Palazzo della Minerva) o La dolce vita, 1950-1960. Stars And Celebrities In The Italian Fifties, promossa dal Comune di Roma (Museo dei Fori imperiali), oppure come la rassegna Le notti pazze della dolce vita, curata dal Centro Sperimentale di Roma che avrà inizio il 5 novembre.
Non meno importanti sono le esposizioni artistiche all’interno dell’Auditorium e negli altri spazi del festival, come quella di Shiseido, marchio cosmetico di origine nipponica che offre sedute di make up a di hair styling alle celebrità e agli accreditati del festival. La mostra si intitola Shiseido, designer della bellezza e in essa è possibile ammirare l’arte giapponese in ben 40 opere che spaziano dalle litografia alle campagne pubblicitarie di vari periodi.

In questa uggiosa giornata che è stata il 1° novembre si riscopre l’arte del documentario, e il cinema dimostra le proprie camaleontiche qualità artistiche oltre che quelle commerciali. Mother of Rock: Lillian Roxon ha anticipato l’evento principale della giornata, ovvero The Promise: The Darkness On The Edge Of Town Story di Bruce Springsteen, il quale è stato letteralmente travolto dalla folla impazzita.
Dalla muscia e cinema al cinema che contempla i suoi generi è un attimo. Il regista Masato Ishioka ha personalmente presentato il proprio documentario Yoyochu – In The Land Of The Rising Sex dedicato a Yoyochu, nome d’arte di Tadashi Yoyogi, il patriarca del cinema porno giapponese. Yoyochu ha messo in moto una serie di meccanismi relativi al rapporto tra il sesso e la psiche, mettendo in scena l’emozione delle attrici e degli attori. Il regista ha asserito di voler dimostrare con questo documentario la bellezza di un genere considerato “sporco”, riflettendo sulla poetica e sull’arte messa a punto da Yoyochu. Sarà così? Pessimo comunque l’audio, volutamente non ripulito dai rumori in sottofondo, per dare l’idea anche delle condizioni commerciali instabili in cui si origina il canale dei prodotti pornografici.
Omaggio a Alain Cornneau, scomparso il 30 agosto di quest’anno, con Crime d’amour, interpretato dalle due super-attrici Kristin Scott Thomas e Ludivine Sagnier.
La giovane dirigente in carriera Isabelle Guérin lavora per l’autorevole manager Christine che, sicura di controllare l’innocente adepta, tesse un sottile gioco di forza e potere; tuttavia Isabelle saprà bene come difendersi.
A metà strada tra Una donna in carriera e Delitto perfetto, ma anche Rebecca la prima moglie, Crime d’amour resta per quasi tutto il tempo nell’ombra, adattando una posticcia variazione sul tema, fatta di luoghi comuni triti e ritriti, senza mai osare, se non nel finale in cui il colpo di scena conclusivo lascia pietrificati. Bella comunque la colonna sonora di Pharoah Sanders; perfetto il cast, anche se l’interpretazione della Sagnier in alcuni momenti risulta irritante, e per questo ci mette nella condizione di preferire la sadica antagonista.
Facebook al festival? Ebbene, sì! Questa sera si è tenuta l’anteprima di The Social Network di David Fincher, autore di film culto come Seven e Fight Club.
Che si tratti di vampirismo mediale o iconografico non importa, perché il nosferatu rimane quella creatura perturbante che sempre attira proprio per il terrore che incute. Let Me In, non fa eccezione. La Hammer Film, dopo 30 anni circa, ritorno sulla cresta dell’onda con un horror vampiresco per adolescenti, o almeno ci riprova.
Let Me In, remake dell’originale svedese del 2004, ha tutte le carte in regola per essere un buon film: attori giovanissimi e talentuosissimi, una storia di amicizia e amore commovente in cui bene e male non si scontrano soltanto ma si mettono in discussione (vedi Dracula di Bram Stoker di F.F. Coppola); per non parlare della fotografia cupa e avvincente e dei riferimenti all’attualità in cui la violenza dei bulli nelle scuole è più cruda di quella legittima per la sopravvivenza (“Ho bisogno del sangue per vivere”).
Eppure, il film fatica a decollare. Questa difficoltà andrebbe ricercata soprattutto nella bruttezza assoluta degli effetti speciali, che finiscono per ridicolizzare alcune scene clou, rinunciando stupidamente alla reticenza, una delle cifre stilistiche vincenti e raffinate del genere horror.
Chloe Moretz (The Eye, Kick-Ass), piccola vampira dannata dall’espressione melanconica di chi è diventato prematuramente adulto, potrà forse divenire l’emblema di una generazione giovanissima sempre più disillusa e matura, al pari di quello che ha significato la figura di Winona Ryder, un'altra (quasi) vampira, per moltissimi adolescenti della sua età.

doris cardinali
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