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Festival Internazionale del Film di Roma 2010 - 3
Occhi sull'Oriente/ 2-4 novembre
INCONTRI, PELLICOLE E PERSONAGGI


arrietti
Dalle città incantate alle città divise in quartieri è un attimo: qui al festival c’è una gamma vastissima di pellicole e di sezioni che si occupano di temi e problemi di diversa natura; ma procediamo per gradi, partendo da alcune delle opere più importanti prodotte dallo Sudio Ghibli (vedi articolo Festival Internazionale del Film di Roma – 2).
Whisper of The Heart (1995) di Yoshifumi Kondô racconta una storia adolescenziale, certo, ma è prima di tutto un viaggio nel quale il confine tra realtà e immaginazione diviene sottile. Durante le vacanze estive, Shizuku trascorre la maggior parte del tempo in biblioteca a leggere, scoprendo che sulla tessera del noleggio ricorre sovente un altro nome assieme al suo, Amasawa, e incomincia a fantasticarci sopra. Nel frattempo Shizuko incontra un coetaneo di nome Seiji, nipote di un affabile vecchietto, proprietario di un negozio di antiquariato. Shizuki e Seiji prendono così a frequentarsi e a discutere sui rispettivi sogni, e questo forte attaccamento aiuterà la ragazzina ad ascoltare il proprio cuore.
Unico lungometraggio interamente diretto da Yoshifumi Kondô, scomparso prematuramente il 21 gennaio del 1998. L’autore omaggia non solo le opere dello studio Ghibli per le quali ha lavorato in qualità di character designer, animation director, key animation e concept art, ma anche le tematiche care a Miyazaki e Takahata.
L’originalità dell’opera risiede nella descrizione di un film di formazione in cui le difficoltà quotidiane si misurano con la fatica di realizzare un sogno. Come Peter Pan Shizuko vola nei meandri della sua fantasia, distaccandosi dagli obblighi del mondo adulto, per giungere alla fine a una serena l’agnizione. L’alba di un giorno nuovo erge sopra la città di Tokyo, avvolta da una brillante e fitta nebbia, e Shizuki e Seiji sono testimoni oculari di tale prodigio.
Molto bella l’animazione essenziale e delicata nei tratti del disegno, i fondali sono molto ben curati così come i dettagli e l’ambientazione.

Ne La città incantata (2001) come Shizuki anche la piccola protagonista di questo lungometraggio, sicuramente più famoso di quello di Kondô, dovrà misurarsi con le proprie paure.
Chihiro sta traslocando assieme ai genitori, e durante il viaggio in macchina la famiglia attraversa un tunnel che porta in un luogo inaccessibile agli esseri umani, abitato da divinità minori, di cui si scorgono i simulacri. Dopo che i genitori attraversano il tunnel per accedere a una sorta di città proibita ed essere stati tramutati in maiali, a causa della loro avidità, la bambina, grazie all’aiuto di Aku, può rimanere nella città degli spiriti, ma dovrà sottostare alla strega Yubaba se vorrà rivedere i suoi genitori.
Il film di Miyazaki è indubbiamente un’opera perfetta e matura, propria di un autore consapevole delle proprie facoltà artistiche, capace di padroneggiare senza alcuna esitazione il linguaggio dell’immaginario fantastico. Il repertorio è, infatti, vasto: una città che incanta per quanto è bella, spiriti di varia natura ed esseri animati usciti da una mente fresca e proteiforme.
Al centro dell’opera c’è la purezza Chihiro, fragile nel fisico e forte d’animo, capace di grandi imprese e dotata di una sensibilità straordinaria.
Non c’è molto da aggiungere a una pellicola che si presenta da sé. Non riamane altro che la contemplazione di questo capolavoro, vedendolo e rivedendolo per farsi travolgere dall’incanto e dall’armonia. Musiche romantiche e piacevolissime di Joe Hisaishi, stretto collaboratore di Miyazaki.

Sulla stessa linea d’onda arriva quest’anno il nuovo lungometraggio prodotto dallo studio Ghibli: Kari-gurashi no Arrietti di Hiromasa Yonebayashi, presente in sala assieme a Toshio Suzuki, presidente dello studio.
La pellicola è un adattamento di un racconto di Mary Norton (1903-1992) incluso nella raccolta intitolata The Borrowers, pubblicata postuma tra il 1952 e il 1988. Protagonisti sono degli “omini”, o “rubacchiotti”, alti non più di dieci centimetri che prendono in prestito dalle case, sotto le quali abitano, oggetti d’uso comune. Un giorno la piccola Arrietti viene vista da Sho, un bambino solo e malato, ospite nell’abitazione della nonna. Piano, piano, tra i due nasce una forte amicizia, nonostante i rapporti tra umani e “rubacchiotti” siano proibiti. La minuscola Arrietti imparerà che cosa significhi avere fiducia nel prossimo, e sarà a sua volta in grado di infondere in Sho la spensieratezza.
Il progetto, originariamente di Miyazaki, persiste sulla critica alla società consumistica di oggi, alla quale i “rubacchiotti” sono estranei – e per questo in via di estinzione –, divenendo loro stessi difensori di una filosofia ecologista, imperniata sul riciclo di oggetti e di materiali che le collettività civilizzate stupidamente sciupano.
Questa Pollicina moderna simbolicamente incarna la piccolezza dell’essere umano rispetto al pianeta, ma anche quel che resta di puro, essendo lei una creatura prodigiosa, figlia della Natura, al pari dei kodama, spiriti della foresta che vivono soltanto nelle zone incontaminate, visti in Principessa Mononoke (1997).
Come in tutte le opere prodotte dallo studio Ghibli, anche in questa, i riferimenti alle ambientazioni sono ispirati da luoghi reali, e vi è una riproduzione fedele non solo degli ambienti chiusi, ma anche della vita en plein air. In questo caso si tratta della zona verde limitrofa allo Studio.
In Giappone lo studio ha inoltre allestito una mostra dedicata ai fondali disegnati per tutti i lungometraggi made in Ghibli e, speriamo, che giunga presto anche da noi.
Purtroppo, le canzoni del film della francese Cécile Corbel, ingagiata da Toshio Suzuki, risultano alquanto eccessive, rischiando così di rompere l’armonia della narrazione.
Miyazaki ha voluto cedere la lavorazione del lungometraggio a Hiromasa Yonebayashi, per la prima volta in veste di regista, dopo una decina di anni di “gavetta” presso lo studio.


Tra le pellicole in live-action, differentissime in tutto e per tutto dalla filosofia dello studio Ghibli si ricordano il drammatico The Back di Liu Bingjian, pellicola cinese in cui la rivoluzione culturale, la religio e l’orrifico, ereditati dalla presidenza di Mao Tse Tung (1893-1976), rimangono indelebili nella storia delle generazioni che hanno succeduto il regime della Cina Comunista: “un racconto sospeso ed estremo, dove la body art incontra i santini di Mao” (cit.).
Decisamente di altro stile e qualità è la commedia dolce-amara Toilet della regista Naoko Ogigami. Ray trascorre la sua vita monotona tra il laboratorio e il maniacale collezionismo di robot vintage, vivendo da solo. Dopo la perdita della madre nippo-americana, Ray “riceve in eredità” l’emotivo fratello Maury, la disillusa sorella minore Lisa, la nonna giapponese Baachan che non parla l'inglese, e il gatto Sansei.
Estremamente raffinato nell’ironia e geniale nella descrizione dei personaggi, delle situazioni paradossali e dell’evoluzione dei rapporti, se si potesse scegliere arbitrariamente, sarebbe bello poter vedere questa pellicola vincitrice del Festival (ovviamente è impossibile che lo diventi, poiché è stata la proiezione che ha chiuso la rassegna della sezione “Occhi sul Mondo”).
La regista, presente in sala, ha promesso agli spettatori che avrebbero visto un bel film: promessa mantenuta!


Della sezione “Alice nella città” due opere in competizione hanno messo in luce due aspetti di natura sociale: Adem - Oxygen del regista belga Hans Van Nuffel e Tête de turc del francese Pascal Elbé, qui anche interprete.
Se il primo affronta il dramma di una famiglia che lotta contro la fibrosi cistica, il secondo si concentra, invece, sulla crudeltà della vita nella banlieu. Entrambi, però, si interrarono su come si possa, nonostante tutto, condurre un’esistenza normale. La morale sembrerebbe suggerire che vale la pena vivere la vita, anche quando si tratta di vivere una vita a metà.
Oxygen sicuramente colpisce per il tema, ma soprattutto per il modo in cui viene trattato il delicato percorso di una malattia che condiziona gli stati d’animo dei personaggi, complicandone e saldando i legami. Molto bella la colonna sonora, capace di smorzare il tono drammatico dell’azione; non aspettatevi, però, un finale convenzionale.
Tête de turc, potrebbe senza dubbio rivelarsi un ottimo saggio di antropologia che analizza da vicino psicologia e schema comportamentale di non-integrazione e di disintegrazione dell’identità del singolo all’interno del microcosmo, quale è la banlieu, in cui forze dell’ordine e delinquenza sono sul filo del rasoio, in una continua condizione di ostilità, anche tra “fratelli”.

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