La speranza è un sogno ad occhi aperti

Aristotele
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Feb 02 2011

Da Jurgen Kohler ad Alessandro Matri

Eroi a tempo determinato

di Alessandro Orlandin

Come cambia la percezione dei campioni (e delle squadre in cui giocano)




Ogni racconto sul calcio, scritto da ogni buon romantico che si rispetti, inizia con le memorie dell’infanzia spesa sul campetto dietro casa. Chi scrive non fa eccezione. Confinato con gli amici del paesello in un rettangolo d’erba a circa un metro di distanza dalle mura della casa di famiglia, sognavo come tutti gli altri di stare dentro a uno stadio ribollente di tifosi entusiasti. Non preoccupatevi, non mi interessa raccontarvi la storia della mia infanzia. Ma riflettere su un aspetto che il calciomercato di gennaio ha sollevato durante i miei sonnacchiosi pomeriggi ferraresi. Serve però una premessa. Sono cresciuto in un periodo in cui il calcio si stava trasformando da gioco-business a gioco-business senza alcun pudore. Quando il mio immaginario calcistico cominciò a prendere forma, spinto da un nonno e da un cugino juventini (ognuno ha i suoi orribili difetti), i calciatori vestivano ancora maglie prive del loro nome sulle spalle. E, anzi, scendevano in campo con le divise numerate dall’uno all’undici. Un dato di fatto abbastanza scontato per padri e nonni, che rimasero scioccati dal vedere l’avvento dei nomi sulle maglie e dei numeri 20 schierati titolari.

Il mio primo idolo calcistico fu molto probabilmente il tedesco Jurgen Kohler che giocava col numero 6 nella Juventus . Già il fatto che la mia fantasia di bambino fosse stimolata da uno stopper tedesco e baffuto, per quanto forte, è indice di qualcosa che non andava. A guardarlo oggi nelle figurine sembra un Legrottaglie con i baffi. Però Kohler era più forte, e forse anche meno ossessionato dalla religione. Tutto questo solo per inquadrare il periodo storico. Di lì a poco arrivò l’epoca della Triade e del conseguente trio Vialli – Ravanelli – Del Piero. Al campetto dietro casa la schiacciante maggioranza dei ragazzini era di fede juventina. Compreso il mio migliore amico, con cui mi illudevo di formare una grande coppia d’attacco, prima che il mio metabolismo mi condannasse a un’eterna condizione di sovrappeso (qualche anno più tardi fummo soprannominati rispettivamente Kanu (lui) e Salas (io) agli allenamenti della locale squadra amatori, ma questa è un’altra storia). Ognuno all’epoca, manco a dirlo, vestiva qualche tipo di maglietta di squadra italiana, nella miglior tradizione della contraffazione tricolore. “Io sono questo; io faccio quello”, sapete, le solite fantasie che valgono anche quando si gioca a guardie e ladri. Io non avevo alcuna maglietta, almeno finché la zia materna non decise di benedire il mio undicesimo compleanno regalandomi un completo originale della Juventus di marca Kappa. Sul retro della maglia solo il riquadro nero, senza numero. Potevo finalmente scegliere chi essere. Il numero 6 come il grande Jurgen? Però l'estate precedente se ne era andato al Borussia Dortmund e il suo numero era stato ereditato da Paulo Sousa. E allora? Il sette di soldatino Di Livio ? O il dieci dell’astro nascente Del Piero ? No, scelsi l’undici di quel marpione di Fabrizio Ravanelli. Non mi interessa sapere se fosse dopato, le sue sgroppate e l’esultanza con la maglia sulla faccia avevano rimpiazzato gli interventi puliti di Kohler nel mio pantheon del pallone. Ovviamente non segnai con la stessa costanza di Penna Bianca, ma aumentai la mia autostima. Mi chiedo oggi cosa accada nella testa dei bambini e dei ragazzini che giocano al pallone.

A proposito, quelli di oggi giocano ancora al pallone? E si usa ancora dire “giocare al pallone”? Nell’epoca dei Fifa e dei Pes non si può mai sapere. Fatto sta che provo a immaginare un bambino juventino (esisteranno?) di fronte ai suoi amichetti al campetto. Quello interista con la maglia del Principe Milito o del bomber Eto’o, quello milanista con la casacca di Ibrahimovic o del genietto Cassano. Al massimo ci sarà anche il romanista con l’eterno numero 10 di Totti. E il bianconero che può esibire? Oltre a un altro 10 sul viale del tramonto mica può dire “Sono Simone Pepe!” oppure “Sono Felipe Melo!”. Non scherziamo, suona proprio male in partenza. È questo il punto d’arrivo del ragionamento: un sintomo che rivela come la Juventus non sia più una grande squadra sta in questo genere di dettagli. Perché se non si riesce a solleticare l’immaginario del tifoso, anche del più piccolo, a partire dalle suggestioni dei nomi, alla fine cosa resta? È vero anche che i giocatori oggi cambiano squadra con un po’ troppa sollecitudine e disinvoltura. Il mio già citato migliore amico, anche da teen-ager (come il sottoscritto d’altronde) continuò nell’acquisto della magliette-replica recanti sul dorso il nome del calciatore ammirato. Ora dentro a un cassetto tiene ben custodite quelle di Ibrahimovic, di Emerson e di Cannavaro. Strizzando quelle maglie si potrebbe riempire una cisterna di umana ingratitudine. La dimensione temporale del calcio-business senza pudore ha demolito anche la costruzione degli idoli. Spremuti e buttati da presidenti e allenatori, offerti e venduti dai procuratori, lusingati da proposte economiche superiori.

La lista delle maglie giacenti dei miei amici è lunga. Penso a quel mio amico interista che per festeggiare lo scudetto 2008 non trovò di meglio che indossare la casacca col nome di Van der Meyde. O del milanista che nel 2007 scese in piazza a celebrare un'altra coppa dei campioni con la maglia di Tomasson. L’unico ad averci capito qualcosa, probabilmente, tornando a quella compagnia di mocciosi da campetto di periferia, è stato Tommaso. Ribelle, artista, spregiudicato, nella vita e nel rettangolo verde dove esibiva giocate tutte mancine e improbabili colpi di tacco che a un certo punto non coglievano più di sorpresa nessuno. Di famiglia interista ma disinteressato alle dinamiche del tifo, nel 1999 comprò la maglia del Vicenza col numero 9 e il nome di Pasquale Luiso, il toro di Sora. Non ho mai capito se lo ammirasse davvero (dubito abbia mai visto una partita per intero, tanto meno del Vicenza) o se fosse solo l’ennesimo gesto per smarcarsi dalla logica da supermarket delle magliette dei campioni. Tutta questa pappardella per ribadire un concetto vecchio come il mondo: meglio non affezionarsi ai giocatori. Meglio rifugiarsi nella maglia e nei suoi colori, quelli (forse) non verranno mai venduti al miglior offerente. Citofonare a qualche campanello blucerchiato a Genova per saperne di più. È una lezione non semplice, che però mia madre, non certo la più grande esperta di calcio di sempre, cercò di farmi capire quando decisi di modificare ulteriormente quel completo bianconero, mettendoci su un nome. “Ravanelli non giocherà ancora molto nella Juve, tu probabilmente ci resterai sempre”. Quanta tenerezza.

In alternativa a questo bisogna cambiare parametro per fare di un giocatore il nostro eroe. A tal proposito mi viene in soccorso di nuovo quel migliore amico già citato due volte, che in occasione del fresco ingaggio di Alessandro Matri alla Juventus mi scrive via sms: “Sei contento dell’acquisto? E’ già il mio idolo per essersi scopato entrambe le veline”. Non importa che sfondi le reti e faccia vincere la squadra. L’importante è che sfondi qualcosa. In questi tempi di magra deve comunque essere un qualche tipo di soddisfazione.


Scritto da: Alessandro Orlandin

Data: 02-02-2011

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