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Mar 04 2011

Grande successo per l'iniziativa alla facoltà di Giurisprudenza

Gianrico Carofiglio a Ferrara: il resoconto

di Giulia Cabianca

Perché le parole sono importanti. E possono cambiare il mondo!

Gianrico carofiglio

Platea foltissima e variegata giovedì presso l'aula magna della facoltà di Giurisprudenza a Ferrara. Giuristi, studenti, docenti e semplici lettori per un ospite d'eccezione: Gianrico Carofiglio. Presenti Andrea Pugiotto, docente di Diritto Costituzionale presso l'Università ferrarese, e l'Avv. Federico D'Anneo, direttore della Scuola Superiore Forense. Tra i promotori dell'iniziativa il Direttore del Dipartimento d Scienza Giuridiche, la Fondazione Forense Ferrarese e l'Ordine degli Avvocati di Ferrara. Emozionati per l'illustre presenza Pugiotto e D'Anneo presentano un ospite più unico che raro: magistrato, parlamentare, avvocato, scrittore di romanzi e saggi, importante giurista. "Persona una e trina" è stato detto in aula. Gli occhi e le orecchie di tutti noi erano rivolti verso lo scrittore. Scopo dell'incontro presentare l'ultimo libro intitolato "La manomissione delle parole" edito da Rizzoli. Un libro oggetto di una bizzarria genetica unica: citato fittiziamente quattro anni fa in "Ragionevoli dubbi" (2006) come il libro che l'Avvocato Guerrieri, il protagonista, coglie dallo scaffale di una libreria e tramutato oggi in libro concreto.

Spunti giuridici, letterari e mistici hanno costellato novanta minuti di nutrimento culturale. Una ragione non solo letteraria ma anche politica ed etica ha spinto Carofiglio a scrivere queste 187 pagine di succo vitale. Si può parlare in un aula magna di diritto in modo semplice? Il diritto non è mai facile, certo, ma se ne può parlare in modo tale da risolvere nell'immediato la sua complessità? I giuristi possiedono unicamente le parole e il loro vero obiettivo è la chiarezza: come conciliare mezzo e fine? E' vero: l'uomo comune rimane allibito quando in un documento di diritto si spendono ben 133 parole per esprimere una semplice domanda. L'uomo giurista, invece, ne è assuefatto. La complessità giuridica è eliminabile? Il problema, ci spiega Carofiglio, uomo dotato di un ipnotico mordente, è che scrivere male è decisamente più facile che scrivere bene. Essere chiari richiede un maggiore impegno. Sembra un gioco di parole ma chi è pigro o non ha tempo, è più facilmente complesso. Inoltre non esser chiari permette di mantenere il potere. Qualsiasi potere. Si veda la categoria medica e i "chiarissimi" foglietti illustrativi. Ma c'è anche una ragione legata ai nostro passato lontano. Nell'antica Roma chi dettava le regole, perciò il giurista, era il sacerdote. Le sue parole erano incomprensibili, eppure avevano un effetto magico. Per il solo fatto che venivano pronunciate, producevano "cose", modificavano la vita sociale. Non era affatto chiaro il concetto che l'oracolo esprimeva, ma più era incomprensibile e più manteneva un aura magica e sacra. Le parole allora trasformavano il mondo, dobbiamo prendere coscienza che lo trasformano anche oggi. Il Dio della Bibbia, ad esempio, creò le cose chiamandole con il loro nome. E ciò è valido anche per noi poveri mortali. Quando la parola per descrivere un fenomeno non l'abbiamo, non abbiamo nemmeno la consapevolezza del fenomeno stesso. Uno studio antropologico degli anni '50 dimostrò come a Thaiti vi fosse una percentuale di suicidi molto alta perchè nel loro vocabolario mancavano parole che indicassero la sofferenza fisica e morale. I thaitiani convivevano con un mostro sconosciuto e inespresso ma esistente. E lo sfogavano togliendosi la vita. Anche nella psicoterapia occidentale è assodata la necessità di definire a parole il problema per attenuare lo stato di malessere. Chi non è in grado di esprimere il proprio rancore, la rabbia o la frustrazione può sfogarsi in atti di violenza da cronaca nera.

Lo scrittore, cui non manca nemmeno il senso dell'umorismo, ci parla di sé e delle sua esperienza di scrittore, di collezionista di manuali, dell'attrazione da bambino verso la macchina da scrivere della madre, la scrittrice Enza Buono. Del primo libro letto, Zanna Bianca. Ci parla anche delle cinque parole esaminate nel libro: vergogna, giustizia, ribellione, bellezza, scelta. La scelta, in particolare, è ciò che caratterizza la condizione umana. E' l'atto più nobile, eroico ed etico dell'uomo. Saremmo veramente tutti uguali se potessimo tutti scegliere liberamente, senza esser condizionati. "Anche scrivere un romanzo è una scelta" ci dice. E' come scegliere il percorso da fare in una stanza buia per cercarne la porta. Lo scrittore sceglie di conoscere ciò che c'è in quella stanza, provando e riprovando, a tentoni, un percorso ed inciampando fino alla porta. Quando questa viene aperta e il libro pubblicato, sarà poi il lettore ad illuminare totalmente la stanza e quindi a completare l'atto comunicativo e creativo dello scrittore. Scelta, comunicazione, creazione, parole. Spunti di riflessione per un auditorio estasiato. "Manomissione delle parole", dunque. Manomissione non è solo alterazione o danneggiamento rispetto al loro significato originario. E' anche liberazione. La manumissio era la cerimonia con cui si liberavano gli schiavi nella Roma Antica. Le parole come delle schiave quindi. Schiave di chi? Abbiamo un dovere di bonifica del linguaggio? Dobbiamo cercare di spurgarlo dallo scopo che ne devia il significato? Qual è lo stato di salute attuale della comunicazione politica e pubblica? A queste domande l'ospite risponde con un esempio. Ci fa capire come l'utilizzo della parola "Lodo", per quelli che dovrebbero essere chiamati "progetti di legge" Schifani e Alfano, non sia un errore casuale. La parola "Lodo" si riferisce alla soluzione di un conflitto tra due parti, svolta da un soggetto imparziale e autorevole cui le parti si affidano, perchè decida in modo equo. Tali proposte di legge trattano invece della sospensione automatica dei processi penali nei confronti delle più alte cariche dello Stato e non vedono al loro interno due parti in conflitto, nè un soggetto imparziale che decide in modo equo, giacchè i Ministri sono, per definizione e giustamente, politici e quindi di parte. La scelta di una parola differente ha lo scopo di sfumare l'orizzonte concettuale dove collocare il fenomeno "Lodo". E' frutto di una grande capacità di manipolazione politica. Una capacità da riconoscere. Paradossalmente, anche chi a quelle espressioni politiche si è opposto ha dovuto accettare tale parametro linguistico, riconoscendo inconsciamente una sconfitta politica. Tutto ciò ci fa riflettere sull'importanza del rispetto della parole. Dovremmo essere più consapevoli rispetto a questi temi.

Personalmente percepisco un profilo amaro, una sottile ed ineliminabile disillusione. La sottoscritta ad esempio si iscrisse all'Università di Giurisprudenza spinta dalla voglia di far valere "La Giustizia" e "La Verità". Ma ora mi chiedo quale sia la "Vera-verità" e quale la "Giusta-giustizia"? Il mio amico Friedric diceva che "non ci sono fatti, ma solo interpretazioni" e potrebbe sembrare ai più disillusi che Gianrico dica: "non ci sono nemmeno parole, ma solo loro interpretazioni". Esiste al momento attuale un sistema oggettivo di significati? Una griglia condivisa dalla quale al massimo discostarsi avendo però presente il punto di partenza? O è tutto talmente relativo da farci mancare ogni punto di riferimento? Sarebbe aberrante anche la soluzione opposta di un unico significato, si cadrebbe nel fondamentalismo. A mio avviso, e credo di tutti, è pericolosa la mancanza di comunicazione, la mancanza di parole e la non condivisione. Si potrebbe finire nel Mondo delle Meraviglie con Alice a parlare con Humpty Dumpty e realizzare che è nel mondo degli adulti la vera incomprensione. Dovremmo forse tornare bambini? Tornare ad una comunicazione non verbale ma maggiormente condivisa? Oppure dovremmo affiancare le posizioni dell'illustre Carofiglio e insistere su ciò che abbiamo, che è una gran ricchezza? Per ora ci affidiamo ad una lettura piacevole e ricca di spunti. Non sarà facile imparare a "manomettere" eticamente le parole. Usare il potere del linguaggio per creare un mondo diverso significa reiniziare a credere alla possibilità di cambiare il mondo.

Scritto da: Giulia Cabianca

Data: 04-03-2011

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