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Mar 09 2011

Gli italiani contro l'italiano

di Chiara Coppola

Storia di un confronto linguistico ancora problematico

strafalcione

La lingua italiana è una delle più complesse al mondo, si sa. Basti pensare a tutti i tipi di periodi ipotetici, ai sinonimi e contrari, alle figure retoriche, alla coniugazione dei verbi e all’analisi logica e grammaticale che tanto ci hanno fatti penare nel corso degli studi. La nostra è la lingua di Dante, Petrarca, Manzoni e altre eccelse figure nell’ambito letterario che hanno diffuso la nostra cultura nel mondo, dandoci sicuramente motivo di grande orgoglio. Ma che importanza si dà oggi a questo bene, ritenuto il collante della nostra bella Italia? C’è l’ignoranza di chi non ama particolarmente destreggiarsi fra le regole della grammatica italiana, c’è chi fa sfoggio del suo linguaggio forbito in qualunque occasione (anche dal panettiere o dal pescivendolo!) e altri tipi umani di cui voglio parlarvi.

speak italian Sicuramente la conoscenza dell’italiano, come di qualsiasi altra lingua, è uno dei tasselli base nella formazione di un individuo: gli consente di instaurare relazioni sociali e, di conseguenza, allargare i propri orizzonti culturali. La lingua è, insomma, la moneta di scambio del sapere, senza la quale non sarebbe possibile relazionarsi col mondo circostante. Purtroppo i programmi tv stile Grande Fratello e simili, di cui sono infarciti i palinsesti televisivi, non rappresentano il modo migliore per diffondere l’importanza del saper parlare. E così questi personaggi da quattro soldi si addentrano fra i meandri della lingua italiana senza averla mai studiata come si deve e sostituiscono congiuntivi con condizionali, ammesso che sappiano cosa sia un congiuntivo. Ecco l’apoteosi dell’ignoranza, che ci viene sbattuta in faccia prepotentemente ma che, purtroppo, fa audience. I ragazzini che crescono a pane e GF perdono di vista l’importanza del leggere un libro o del guardare un documentario. Questo perché, naturalmente, sono portati a credere che sia molto più facile ottenere il successo rinchiusi in una casa e osservati da decine di telecamere, anche se caproni, piuttosto che arricchendo il proprio bagaglio di sapere, comprensivo anche della capacità di sapersi relazionare con un linguaggio corretto e adatto ad ogni situazione. Se da una parte c’è questa situazione sconvolgente, dall’altra ce n’è un’altra altrettanto assurda: la diffusione del modello intellettualoide. Il classico intellettualoide è un personaggio dalle conoscenze limitate, che si erge a simbolo di sapienza e virtù, fregiandosi molto spesso di termini ed espressioni di cui non conosce minimamente il significato. Poi c’è l’intellettualoide coraggioso: quello che si spinge troppo avanti e usa il latinorum. La facilità con cui inserisce gli “ergo” e i “qui pro quo” nelle frasi è estremamente imbarazzante, ma favolosamente divertente. Lo vedi camminare per la strada a testa alta, forte di quello “status quo” tirato giù nel discorso col venditore di mozzarelle. Ma la stupidità dell’intellettualoide si nota proprio in questo: nel non saper adattare il linguaggio alle occasioni e nel farsi conoscitore di termini (sentiti pronunciare una volta o due ma che gli sono piaciuti particolarmente) con persone che sa benissimo non abbiano le conoscenze adatte per capire il suo linguaggio – collage.

L’altro caso clinico da studiare è quello del presuntuoso intellettuale: personaggio certamente acculturato, a differenza dell’intellettualoide, che però fa sfoggio delle sue conoscenze in ogni dove e in ogni quando, pretendendo che chiunque gli si trovi davanti capisca il senso dei suoi discorsi. Di presunzione intellettuale pullula il mondo politico: così, in comizi di piazza, mi è capitato di sentir parlare di “fatiche di Sisifo” e Orazi e Curiazi, nozioni che rendono certamente onore alla cultura di chi ne parli, ma di cui non frega assolutamente nulla alla gente che vuole il lavoro o il permesso di soggiorno. E poi minestroni di parole incomprensibili, seguiti dalla comune domanda: “Ma che ha detto?” E’ normale che la reazione generale sia quella di indirizzarsi verso la scelta di altri personaggi, sicuramente dalla cultura meno vasta e talvolta anche dalla condotta morale poco invidiabile, ma dalla fruttifera capacità di parlare il linguaggio nudo e crudo più vicino agli interessi della gente. Esempio di come il linguaggio possa fare la differenza.

Infine ci sono gli intellettuali umili: quelli che se ne stanno nell’angolino, quelli che nella tv commerciale sono relegati a condurre i programmi alle due di notte, quelli che vengono ignorati perché parlano di cose troppo serie in questa società che vuole la leggerezza a ogni costo, ma soprattutto quelli che parlano il dialetto col vicino di casa che non ha nemmeno il diploma elementare, scendendo da un piedistallo che in realtà non hanno mai sentito di avere sotto i piedi.

strafalcione_2 Insomma, la lingua italiana è bella ma pochi sanno usarla. La vera arte non sta nel conoscere tutti i periodi ipotetici e nel far sfoggio di un linguaggio ampolloso intriso di conoscenze spesso non condivisibili, ma nel saper gestire il proprio sapere linguistico in relazione alle occasioni. Non sempre, infatti, utilizzare benissimo la lingua trova riscontro nella nostra società. Impariamo l’italiano e impariamolo bene, ma ogni tanto seguiamo la regola del parla come mangi: ci rende più umani, meno antipatici e più comprensibili.

Scritto da: Chiara Coppola

Data: 09-03-2011

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