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Maria Schneider: la musa tragica e sensuale di Bertolucci
L'addio all'attrice maledetta di Ultimo Tango a Parigi

Lo scorso 4 febbraio, dopo una lunga malattia, è morta l’attrice franco-romena Maria Schneider. Se n’è andata a soli cinquantotto anni, lasciandosi dietro una vita di eccessi e di dolori, nonché una celebrità imperitura legata quasi esclusivamente alla sua memorabile interpretazione in Ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci. Nell’immaginario cinefilo, l’identità della Schneider fa infatti tutt’uno con il personaggio di Jeanne. La borghese francese con il broncio, che ogni pomeriggio in uno scalcagnato appartamento parigino, intesse incontri sessuali – ora teneri ora brutali – con un Marlon Brando cinico e tragico come non mai.

Era il 1975 e l’impatto di quel melodramma erotico e crepuscolare girato dall’allora trentaduenne Bertolucci non poteva lasciare indifferenti. Difatti il film andò incontro a una reazione di veemente scandalo, sfociata poi in un’altrettanto ottusa operazione di censura e di sequestro. Ripercorrere le cause e i fattori che hanno reso Ultimo tango a Parigi un capolavoro maledetto, la cui fama adombra persino i suoi meriti artistici, risulta oggi superfluo e forse anche noioso. Ciò che ci sembra giusto sottolineare, a poche settimane dalla scomparsa della sua protagonista, è semmai quanto quest’opera sia debitrice dell’interpretazione generosa e viscerale dei suoi attori. E di come – cosa più che sorprendentemente – la differenza di talento e di esperienza fra Marlon Brando e l’esordiente Maria non si notasse affatto. Se Ultimo tango non sarebbe probabilmente mai esistito senza la totale complicità del grande attore americano (la cui fama negli anni ‘70 sconfinava già nella leggenda), altrettanto cruciale fu, per il casting e la riuscita complessiva del film, la scelta della Schneider per la protagonista femminile. Non si riesce a concepire Ultimo tango a Parigi senza Brando, ma non si riesce nemmeno immaginarlo senza di lei.

Maria Schneider


Nata il 27 marzo 1952, Maria Schneider era figlia del divo della Nouvelle Vague Daniel Gellì, che però non l’aveva riconosciuta, e della modella di origine romena Marie Christine Schneider, che l’aveva allevata da sola. Quando nel ‘75 le capita tra le mani la sceneggiatura di Ultimo tango a Parigi, Maria ha dunque ventitré anni, quasi la stessa età del personaggio di Jeanne, e ha già al suo attivo qualche partecipazione cinematografica e qualche lavoro teatrale. È una ragazza con una favolosa testa di capelli ricci e ribelli, un volto dai lineamenti decisi, la bocca larga simile ad una fessura dolente. Quel vitalismo vagamente selvaggio che la sua bellezza comunica la renderà agli occhi di Bertolucci l’eroina perfetta per il ruolo di una giovane borghese, che con meravigliosa inconsapevolezza, s’inabissa in un’avventura erotica ed emotiva estrema. Erede della liberazione sessuale dell’epoca, la giovane attrice, dal canto suo non coglie il contenuto eversivo insito nella vicenda di Paul e Jeanne. In seguito affermerà: «Non volevo diventare una diva, né tantomeno dare scandalo. Volevo solo entrare nel mondo del cinema». Scritturata dal regista parmense, il suo desiderio si realizzerà in pieno, ma il prezzo da pagare sul piano personale e artistico sarà immenso. Non soltanto Maria faticherà a emanciparsi da questo primo ingombrante successo mondiale e a riuscire a proporsi in ruoli differenti, ma vivrà per lungo tempo un periodo di rifiuto rispetto a Ultimo tango. Soltanto qualche anno fa l’attrice si era infatti lasciata andare a tristi dichiarazioni su quanto si fosse sentita manipolata ai tempi della riprese da Bertolucci e da Brando. E di come considerasse “una vera e propria violenza” inferta alla sua persona la famosa scena del burro. Scena che lei non voleva assolutamente girare e che le era stata imposta. Queste affermazioni finiscono per gettare su Ultimo tango a Parigi e sulla sua epoca una luce nuova e emblematica. Un film così eversivo e così intessuto dei fremiti della recente liberazione sessuale mostrerebbe quindi – stando alle parole della Schneider – un retroscena piuttosto squallido in cui una donna risulta vittima della volontà delle più forti figure maschili che l’affiancano. Una prova insomma delle forti contraddizioni dei tempi e che in fondo però il racconto stesso del film, così incentrato sulla distanza che separa i due sessi, mette in luce in maniera speculare. Non sarà un caso che Bernardo Bertolucci all’indomani della morte della sua ex musa abbia sentito pubblicamente il bisogno di chiederle perdono.

Maria Schneider e Marlon Brando Oltre al caso di Ultimo tango a Parigi, la carriera della Schneider si è intrecciata ancora con il cinema italiano. Altro ruolo affascinante interpretato rimane quello a fianco Jack Nicholson in Professione: reporter di Michelangelo Antonioni. Dopo questa seconda pietra miliare della cinematografia del nostro paese, ci sarebbero stati un terzo e un quarto incontro, italiani ed importanti, nella sua carriera: Luigi Comencini, con il quale girò il dimenticato Cercasi Gesù accanto a Beppe Grillo e Marco Bellocchio, per il quale interpretò un piccolo ruolo in La condanna. E ce ne sarebbe stato un quinto, il Tinto Brass di Io, Caligola, ma Maria, che dalla metà degli anni ‘70 in poi desiderava affrancarsi dal cinema erotico, rifiutò sdegnata, dichiarando: «Sono un attrice, non una prostituta». Il ruolo in questione finì quindi per essere assegnato alla grande Helen Mirren. Ma forse l’aneddoto più curioso nella carriera di Maria si lega a un altro rifiuto che ebbe l’involontario merito di produrre un colpo di genio registico: Bunuel la scritturò per Quell'oscuro oggetto del desiderio ma lei, che in quel periodo entrava e usciva da varie cliniche per disintossicarsi da droga e depressione, abbandonò il set dopo pochi giorni. Bunuel ebbe allora la folgorante idea di sostituirla con due attrici, Carole Bouchet e Angela Molina, che si alternano nel ruolo di Conchita.

Nel complesso emerge il quadro di una carriera discontinua, minata dalla fragilità esistenziale dell’attrice, ma certo anche dalla difficoltà a emanciparsi dall’immaginario erotico che Ultimo Tango a Parigi aveva creato con prepotenza nella metà degli anni ‘70. Ancora oggi – è innegabile – l’immagine che tutti abbiamo in mente di Maria è quella di una giovane che esibisce con un misto di innocenza e protervia il suo corpo nudo davanti agli occhi tristi e disillusi di un Marlon Brando, che si avvia verso il tramonto. Al tempo stesso, il talento che quella ventenne mostrava allora ci fa dire che avrebbe meritato una riuscita professionale diversa, più ricca di opportunità. La consolazione che rimane è quella che la stessa Maria Schneider ha espresso qualche anno fa, in occasione di un bilancio un po’ più positivo rispetto all’esperienza di Ultimo Tango a Parigi: «il film è nella storia, del cinema e della cultura, e quindi nella storia ci sono anch’io».

Diletta Pavesi
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